sabato 19 maggio 2012

Il dovere di ricordare

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

L’ultimo schiaffo alla credibilità internazionale dell’Italia ha il ghigno appena accennato e lo sguardo stralunato di Cesare Basttisti. Libero e non estradabile, è questa la decisione dell’alta corte brasiliana in risposta alla richiesta avanzata dal nostro Paese che voleva Battisti estradato nelle carceri nostrane per scontare le condanne a quattro ergastoli già passate in giudicato. Ex membro dei “Proletari Armati per il Comunismo” Battiti nel corso degli anni settanta si rende autore e complice di diversi omicidi, per la giustizia italiana è un assassino, per quella brasiliana un perseguitato politico.

I familiari delle vittime del terrorismo e l’Italia tutta ad iniziare dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano si dicono indignati. L’auspicio di ripercussioni di carattere diplomatico e non solo, sono la reazione rabbiosa e superficiale di un Paese allo sbando che non sa o peggio ancora non vuole reagire nel giusto modo alla decisione sbagliata ma pur sempre legittima di uno Stato straniero.

Cesare Battisti è un assassino che merita di scontare la propria pena non vi è dubbio alcuno, per l’Italia però che lo ha conosciuto e che soprattutto ha provato sulla propria pelle cosa realmente siano stati gli anni di piombo.

Il dovere della memoria, l’onere di far conoscere e l’obbligo di trasmettere ai posteri il dramma mai vissuto di un sogno malato chiamato terrorismo è sempre stato il vulnus, di un Paese, il nostro, terribilmente schiacciato sul presente.


Ciò che più deve preoccupare non è tanto la libertà di Battisti o la decisione di un Paese straniero che sbagliata o giusto che sia è pur sempre una decisione da rispettare, in entrambi i casi innocue rispetto alla granitica certezza delle verità già passate in giudicato nel nostro Paese, bensì il rischio che si dimentichi chi sia stato e chi sia oggi Battisti.

Un ex terrorista assassino in fuga da se stesso e dai ricordi di un passato fatto di sangue e di morte che tenta sciaguratamente di travestirsi da vittima.

L’Italia dimentichi lo sdegno di facciata e si dedichi al culto della memoria, che il Brasile e le nuove generazioni sappiano realmente chi sia stato Cesare Battisti, un volto anonimo e sogghignante che oltre ad aver ucciso inseguendo l’utopia perversa di un mondo migliore attraverso la violenza tenta ancora di giocare l’ultima grottesca partita con la storia.  Non lasciamogliela vincere.

Raffaele de Chiara

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Il diritto e la rabbia delle vittime

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 1 COMMENTO

 

Battersi per la giustizia rifiutando la vendetta. Un’ovvietà se a proclamarlo è un giurista di uno Stato di diritto qual è il nostro, molto meno se a chiederlo è la vittima innocente di un abominio chiamato terrorismo. Pierluigi Concutelli è un ex terrorista degli anni settanta di matrice neofascista, condannato a tre ergastoli dopo trentadue anni di reclusione è tornato in libertà: pena sospesa fino al 2 marzo 2013 per motivi di salute. Concutelli, colpito da un ictus è incapace di parlare e di alimentarsi regolarmente. L’estremista di destra, autore di diversi omicidi, è ricordato principalmente per l’assassinio del sostituto procuratore Vittorio Occorso  reo di aver indagato sul terrorismo nero.

 

 

“La giustizia borghese si ferma all’ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Un tribunale speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica, perseguitando i militanti di Ordine Nuovo, le idee di cui questi sono portatori” E’ quanto si legge nel farneticante volantino che seguì l’esecuzione.

 

«Gli avrei dato la pena di morte. Perché non indica i mandanti?» E’ il commento di Vittorio, nipote ventitreenne del giudice Occorsio alla notizia della scarcerazione dell’assassino di suo nonno.

Occorsio alla notizia della scarcerazione dell’assassino di suo nonno.

«Non dimenticare, caro Vittorio, ma abbandona odio e vendetta» sono state invece le parole di suo padre Eugenio, che del giudice è figlio.

 

L’utopia di una società giusta scevra dal rancore ed il dolore incancellabile delle vittime, una dicotomia dinanzi a cui la mia coscienza non ha resistito.

 

 

Oltre a fare il giornalista avevo un altro grande sogno da realizzare: divenire un avvocato penalista.  Anche il peggiore assassino – mi dicevo – merita di essere trattato con dignità. L’equilibrio del diritto ed il sacro rispetto delle sue forme, un mantra che ho venerato per tutti gli anni dei miei studi universitari fino a quando non mi sono imbattuto nello sguardo perso per sempre delle vittime. E’ stato allora che ho colto, rinunciando a quell’aspirazione così a lungo coltivata, l’assurdità necessaria in uno stato democratico di difendere in giudizio gli autori delle peggiori atrocità.

 

Ho imparato a non giudicare e soprattutto a rispettare il dolore di chi grida vendetta per un crimine che se non gli ha tolto la vita gli ha sottratto quanto meno la gioia dell’esistenza.

 

Caro Vittorio, hai tutto il diritto di proclamare il tuo strazio e la tua rabbia ma la più grande lezione di vita l’ho tratta da tuo padre Eugenio, vittima come te e forse ancor di più:

 

 “La liberazione dell’omicida non è inaccettabile, siamo di fronte ad un uomo a quanto pare plurinfartuato o qualcosa del genere, che  si è fatto più di trent’anni di carcere. Cos’altro doveva accadere? La grandezza dello Stato, la tenuta delle istituzioni democratiche, si misura anche dalla capacità di non infierire inutilmente sui colpevoli”.

 

Raffaele de Chiara

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