Quando
Quando la speranza da crogiolo di ideali si trasforma in grottesca reliquia da affidare al culto nostalgico dei propri padri.
Quando la voglia di cambiamento si annichilisce sino a lasciare il posto al pessimismo della ragione.
Quando le difficoltà della vita da sfide stimolanti diventano muri invalicabili da abbattere per andare alla ricerca del proprio cantuccio.
Quando la voglia di fare si riduce a vuota tautologia, non si può più tacere e non constatare la sconfitta; la nostra sconfitta.
Una generazione quella nata negli anni ottanta del secolo scorso cresciuta nel culto sfrenato dell’edonismo e dell’eccesso, tutto o quasi ci è stato concesso, dal computer ai telefonini passando per internet ed i social-network, immersi però in una società totalmente mediatizzata paradossalmente abbiamo perso l’unica ragione per cui vivere: credere in delle idee; condivise o meno poco importa.
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<<Io credo nei tuoi ideali e in quelli di tutte le persone che come te lottano giorno dopo giorno per affermarli ma non ne faccio la mia ragione di vita e quegli ideali non sono la prima cosa a cui penso quando mi alzo al mattino>>
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Quante volte ho ascoltato questa frase rivolta da miei coetanei poco meno che trentenni a persone il la negli anni e perennemente impegnate nel sociale; e quante volte quell’ossimoro, quel credere in un ideale cui si pensa solo di tanto in tanto mi ha schiaffeggiato in pieno volto sino a stizzirmi al punto tale da non poterne più.
Non sono nessuno per poter giudicare i comportamenti altrui ma come giovane membro impegnato e consapevole di una società civile avverto l’obbligo morale di indignarmi.
Quale futuro ci aspetta? Quale domani sarà riservato ai nostri figli se i loro padri anziché correre vigorosi dietro la vaporiera della vita come i cavalli di carducciana memoria costruiscono la propria esistenza stantìa e priva di slanci esattamente come l’asino ciuchino che quieto bruca l’erba?
E ancora, è possibile parlare di umanità nel senso più alto del termine allorquando la speranza, la voglia di cambiamento piuttosto che il vigore fisico ed intellettuale trasmigra dalle nuove generazioni a quelle che le hanno precedute?
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Ripenso al lavoro indefesso di piccoli grandi uomini sovente relegato nell’ombra di modeste associazioni impegnate nel sociale, garanti integerrimi della memoria e del culto della legalità e non posso che trarne motivo di sprone per andare avanti e continuare a credere che qualcosa possa ancora cambiare. L’entusiasmo contagioso di questi novelli eroi civili, la loro voglia di fare a cui fa da contro altare i loro capelli bianchi simpatico emblema di una stagione della vita che al futuro tende a sostituire il passato, non mi possono e non ci devono lasciare indifferenti.
Bisogna agire. Come? Ognuno facendo ciò che sa fare meglio secondo le proprie possibilità e capacità. Lasciamolo agli altri il trincerarsi dietro il vacuo vittimismo del “tanto tutto cambia perché nulla muti”, respiriamo il nuovo!
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Qualche mese fa, osservando l’ultimo capolavoro di Michele Placido “Il grande sogno” ho capito forse cos’è che manca alla mia generazione. Da quelle immagini da quei dialoghi ambientati nel 68’ italiano superbamente ricostruiti dal maestro pugliese, ho avvertito per la prima volta cosa significhi il credere in un’idea.
Ragazzi armati della sola voglia di cambiamento, della volontà di vivere, di lasciare un qualcosa del proprio passaggio riescono ad imprimere un segno indelebile ad una società che sembrava rifiutarli: cambiare è possibile.
Ripenso agli ideali di allora e ai tanti risultati conseguiti sulla loro scorta e mi chiedo: cosa significa vivere se non battersi per la più sublime delle utopie: costruire una società perfetta? .
Ecco forse ciò che manca ai ragazzi della mia età, è la voglia di vivere.
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Non perché qualcuno ce l’ha sottratta bensì perché non sappiamo più cosa significhi battersi per un sogno.
Vero; non di cartapesta.
Raffaele de Chiara
Raffaele de Chiara
Vero; non di cartapesta.
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