sabato 19 maggio 2012

Nè con gli anarchici nè con la “società civile”

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono nell’incubo degli anni di piombo. Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo è l’ultima vittima della follia terroristica. “Federazione anarchica informale-Cellula Olga” è la sigla dietro cui si nasconde una galassia caotica fatta di rabbia esasperata e ideologismi distorti. Soloni di ogni risma ed età pontificano con alterigia sui media. “L’arroganza e la vigliaccheria di chi sceglie di colpire in maniera violenta persone indifese” sono i temi preferiti da chi all’analisi complessiva dei problemi ne preferisce sempre una parziale, solitamente la più congeniale alle proprie tesi.

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Che la violenza, in un sistema democratico, non sia la soluzione ai problemi è una verità acclarata da tempo; ciò che sembra sfuggire ai pontificatori del nuovo millennio è il contesto in cui essa si propaga.

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Ciò che ho in comune con Mario Orfeo, esimio giornalista, già direttore del “Mattino” di Napoli e del “Tg2” è il barbiere.  Lo incontro proprio lì a Napoli. Figaro tra una sborbiciata e l’altra gli chiede riferendosi al sottoscritto se a Roma gli occorrerebbe un bravo cronista «Ne abbiamo qui proprio uno pronto a trasferirsi in qualsiasi momento. Ha tutte le carte in regola e tutti i titoli necessari». La risposta dell’insigne giornalista è sibillina: «Di solito i giornalisti li licenziamo e tu vuoi farmeli assumere…. è un brutto momento per tutti questo». Non è la prima volta naturalmente che ricevo una risposta del genere è il refrain che da anni ormai ricevono i signor nessuno come me o chi, avvenente signorina, non è disposta a vendersi al migliore offerente per un posto di lavoro. Come se i giornali non assumessero più nessuno e le redazioni tracimassero soltanto di ottuagenari e novantenni. Come se internet si fosse improvvisamente oscurato e tutto il mondo si fosse richiuso in un esasperante nichilismo. Come se la società intera altro non attendesse che l’imminente fine dell’umanità.

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Andrà meglio nell’editoria mi chiedo speranzoso.

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono


Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Corrado Augias, “cane sciolto” del giornalismo come lui stesso si definisce così risponde ad un lettore nella sua rubrica delle lettere su “Repubblica”. “Le case editrici rigurgitano di manoscritti al punto che i nuovi arrivi in genere raramente vengono scartati. Nella folla di aspiranti trova udienza solo chi è (o si è) segnalato per una qualsiasi ragione. Non sto parlando di raccomandazioni dico proprio “segnalazioni” di qualcuno del mestiere che dice a un collega editore: ho letto il tale, dagli un’occhiata mi pare interessante. Così stanno le cose, il resto è illusione.” Il messaggio è talmente chiaro che non merita aggiunte.

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Dinanzi quindi all’imperante menefreghismo mascherato da uno sciatto perbenismo come reagire? Chiedo un lavoro ma ho sempre più l’impressione di pretendere un esproprio un diritto inalienabile altrui che a me, in quanto tale, non spetta. Aborrisco la violenza, adoro il confronto e non so concepire la libertà se non come limite. Come posso però affidarmi ad una società “civile” e ad intellettuali di grido che forniscono siffatte risposte?

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Nessuno più potrà ripagare le sofferenze subite dal povero Adinolfi, a cui va la mia umana solidarietà, ma chi ripagherà il dolore mio e di un’intera generazione di onesti che hanno avuto il peccato originale di credere in una società giusta e basata sul merito?

Un colpo solo sparato alle gambe dell’ennesimo “simbolo” del capitalismo.  L’Italia intera e Genova in particolare ricadono

Non sto con gli anarchici ma neppure dalla parte di una società che giorno dopo giorno non gambizza ma tortura l’animo, negando il futuro.

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Raffaele de Chiara

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Il delirio della maturità

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese ma la realtà di un calcio malato e di una società allucinata da una costante superfetazione.

Allo stadio “Artemio Franchi” di Firenze lo scorso 1 maggio si gioca Fiorentina-Novara, scontro importante per la lotta alla salvezza. L’allenatore dei Viola, Delio Rossi, sostituisce dopo solo trenta minuti di gioco Adem Ljajic. Il giocatore avvicinatosi alla panchina irride il tecnico. Quest’ultimo, indemoniato, gli si avventa contro e lo picchia selvaggiamente. La partita prosegue e la Fiorentina pareggia con il punteggio di 2 a 2. Rossi è persino applaudito dalla curve.

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Sembrerebbe tutto concluso se non fosse per la decisione della dirigenza: esonero dell’allenatore ed esclusione dalla rosa del giocatore. Seguirà anche la squalifica dell’allenatore per tre mesi emessa dal giudice sportivo. «Ho sbagliato e chiedo scusa, pago e pagherò per la mia azione. Chi mi ha provocato lo ha fatto tirando in ballo la mia famiglia e ledendo la mia dignità. Tutto ciò, assieme ai tanti moralismi di questi giorni, non lo posso accettare». Questo in estrema sintesi il pensiero di Rossi durante la conferenza stampa seguita all’esonero.

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Al di là dei predicozzi da manuale di calcio parrocchiale sembra essere sfuggita ai più una semplice verità: tutti possono sbagliare ma se a farlo è un educatore specie se anziano questi ha l’obbligo morale di dimettersi con immediatezza. Senza se e senza ma. Il signor Rossi, uomo di navigata esperienza non l’ha fatto, è andato via soltanto dopo essere stato messo alla porta dai suoi stessi dirigenti.

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Vedendo le immagini campeggiare sui media con ossessionante ripetizione la prima riflessione che sembra nascere quasi spontanea è che quella scena in fondo altro non sia che lo specchio della nostra società. Qual è l’anomalia tra un ventenne danaroso e viziato che insulta un suo maestro ed un sessantenne dal carattere mite e schivo che appena provocato picchia come un energumeno il suo allievo? L’irruenza è un tratto tipico della giovinezza, la saggezza della maturità.

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Su quella ribalta, i ruoli si mescolano, si confondono, si uniscono fino a diventare un’unica melassa. Avviene su un campo di calcio ma anche quotidianamente. Come dimenticare il vecchio e ricco danaroso che muore in una stanza di albergo tra le braccia di due insaziabili escort dopo aver ingurgitato troppe pasticche di viagra? E l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ultrasettantenne che quasi ogni sera si dilettava nell’osservare gli incontenibili ardori di ragazzine in cerca di fortuna?

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Sorrido amaro, dinanzi a Rossi incapace di governare la propria rabbia come qualunque adolescente. Esattamente come ho fatto mille volte ripensando alla vecchina del Pirandello che incapace di accettare l’ineluttabilità del tempo che passa si ostina ad indossare minigonna e tacchi a spillo.

Un uomo che si avventa su un ragazzo e gli scaglia una gragnuola di botte. Non è la scena di una delle degradate periferie del Paese

Raffaele de Chiara

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“Non lavate questo sangue”

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty International ha definito l’abominio che le forze dell’ordine compirono il 21 luglio del 2001 presso la scuola “Diaz” di Genova. Nella città ligure era in corso il G8 e serviva “una lezione” a tutti quei manifestanti pacifici e non che avevano messo a soqquadro la città. Una “macelleria messicana”   fu definito da uno dei partecipanti alla spedizione lo scempio di sangue ed arti rotti posto in essere dalla polizia all’interno della scuola. Seguì la “deportazione” di alcuni fermati all’interno della caserma “Bolzaneto”. Nonostante fossero ancora feriti dalla botte prese in precedenza, i manifestanti furono torturati e vessati dalle forze dell’ordine. Bottiglie molotov ed armi improprie furono introdotte dagli stessi poliziotti all’interno della scuola per giustificare l’assalto. Il film “Diaz” con la regia di Daniele Vicari racconta la devastazione di Genova e l’obbrobrio della violenza di Stato che ne seguì.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Pietrificato sulla poltrona del cinema ho assistito alla barbarie raccontata in maniera egregia dal regista. Il tonfo dei manganelli che spezzavano ossa e fracassavano crani, il rosso vermiglio del sangue che sgorgava a fiumi sul pavimento, le umiliazioni subite a Bolzaneto da una donna. La manifestante “deportata” assieme ad altri e denudata chiedeva un assorbente per contenere il proprio sangue mestruale, ricevette in cambio sudici fogli di giornali tra i lezzi e le risa di “bestie” di ambo i sessi; poliziotti e carabinieri che avevano giurato fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty


“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Non che non avessi mai saputo nulla di quello che avvenne in quei giorni a Genova, in questi anni ho divorato pagine di giornali e letto di tutto, ma nulla è più realistico e forte delle immagini.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Al termine della proiezione mentre sullo schermo scorrevano i numeri di quella barbarie, la mente incontrollata è andata a tutte le volte in cui ho litigato quasi con membri delle forze dell’ordine e loro simpatizzanti per i metodi poco ortodossi che sovente si usano nelle caserme e nelle carceri nostrane. “Mele marce”, “ è sempre avvenuto e sempre avverrà”, “in fondo sono loro a cercarselo” sono le risposte che più spesso mi hanno fornito e dinanzi alle quali oggi più che mai mi indigno.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Credevo, prima di entrare in sala, che 11 anni potessero bastare per riappacificarmi con la storia ma mi sbagliavo. Ne sono uscito più sdegnato di prima.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Hanno saccheggiato una città, distrutto cose, demolito i simboli di un capitalismo becero che ingrassava e continua ad ingrassare sempre più i ricchi a discapito degli ultimi della terra. In cambio da uno Stato che si professa democratico hanno ricevuto la morte, Carlo Giuliani; i tonfa, coloro che dormivano alla Diaz; le torture, gli sventurati di Bolzaneto.

“La più grave violazione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” Così Amnesty

Raffaele de Chiara

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La politica dei dottori

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Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono tappezzate di manifesti elettorali, la mia, Aversa in provincia di Caserta, non è da meno. Ciò che più colpisce però passeggiando nelle strade della ridente cittadina normanna è il florilegio di titoli che precedono i nomi dei candidati. “Ispettore”,  “Avvocato”, “Architetto”, “Ingegnere”  sono solo alcune delle qualifiche acquisite dagli aspiranti sindaci e consiglieri comunali che campeggiano a mò di medaglie sotto il nome dei candidati. C’è addirittura chi, per ultronea trasparenza, arriva perfino a farsi fotografare con alle spalle la pergamena di laurea.

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

In un contesto, quello politico, che della cultura convenzionale dovrebbe volentieri fare a meno, mi chiedo quale valore aggiunto possa avere l’ostentata esibizione di una qualifica. Cos’è infatti la politica se non il perseguimento del bene comune. E’ questo forse suscettibile di essere raggiunto soltanto da persone con titoli accademici?

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

Sarà che sono un nostalgico della vecchia politica ma dal basso dei miei trent’anni ricordo, sebbene in maniera sfumata, l’atmosfera decisamente diversa della politica degli anni ottanta. Allora anche a livello locale c’erano, giuste o sbagliate che fossero, idee, programmi, slogan in una parola: politica.

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

A me elettore che governi un operaio, una casalinga o un avvocato poco importa, la discrezionalità delle scelte di cui si nutre il perseguimento del bene comune non ha nulla a che fare con l’ostentazione di un sapere sciapito e apodittico. Avrei preferito conoscere inclinazioni e capacità ascoltando i loro interventi in comizi pubblici, dialogando con loro per strada, osservarli nel confronto anche con chi della cultura non ha mai voluto sapere nulla. Mi sono dovuto accontentare di subire i loro faccioni sui manifesti ed i loro titoli ben in evidenza.

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

Dalla politica del sogno berlusconiano a quella falsamente tecnocratica dei signor nessun in cerca di gloria. Pardon, dottori.

Poco meno di un mese e nel Paese si celebrerà il rito consunto delle elezioni amministrative. Le città come di consuetudine sono

Raffaele de Chiara

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L’Italia: un Paese di menestrelli

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che mi hanno spinto lo scorso week-end a recarmi al cinema per vedere “Romanzo di una strage” con la regia di Marco Tullio Giordana. Il film racconta la strage di Piazza Fontana avvenuta a Milano il 12 dicembre del 1969. L’ordigno esploso all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura costò la vita a 17 persone. Diversi processi e anni di indagini non sono ancora riusciti a dare i nomi dei responsabili della strage.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo cLa verità raccontata dalla pellicola fa riferimento ad un disegno criminoso orchestrato da ambienti anarchici infiltrati da terroristi di estrema destra e servizi segreti deviati. Connessi alla vicenda sono anche le morti controverse dell’anarchico Giuseppe Pinelli e del commissario di Polizia Luigi Calabresi. Entrambe opportunamente riprese dal film. Ce n’era abbastanza insomma per riflettere su uno dei periodi più bui del nostro Paese. Arrivo nella sala di uno dei maxcinema più conosciuti della provincia di Caserta, ad attendermi c’è soltanto un nugolo di una decina di persone. Appassionati cinofili o intellettuali alla ricerca imperterrita di verità. Età media sessanta anni.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Al di là del valore artistico dell’opera, il cui giudizio è come ovvio discutibilissimo ed estremamente soggettivo, ciò che realmente contava per me era osservare l’interesse che si nutre per la storia ed il culto della memoria, parola oscura, a tratti perfino enigmatica per questo strano Popolo qual è il nostro. Mai risposta fu più eloquente.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Il lunedì successivo mi reco a Roma, presso la sede dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ci sono le sessioni orali dell’esame per l’attribuzione del titolo di giornalista professionista. Ad un giovane collega la commissione chiede chi sia stata la vittima della strage di Capaci. “Il giudice Borsellino”, risponde senza esitazione, l’aspirante professionista dell’informazione. Opportunamente gli fanno notare che forse sta facendo un po’ di confusione. Ma lui, sicuro, insiste “E’ lui il giudice antimafia”. Quando gli dicono che ha detto una corbelleria, è che la vittima della strage di Capaci era il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, gli chiedono qund’è che invece è morto il giudice Borsellino: “Dopo circa due anni dall’assassinio di Falcone”.  Il giovane collega non ha superato gli orali. Sicuramente si sarà trattato di un lapsus momentaneo ma quanti italiani ignorano la nostra storia e soprattutto quanto biasimevoli sono coloro che non sanno nemmeno chi fossero Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Luigi Calabresi, Giuseppe Pinelli e tanti altri, se neanche chi fa informazione ne conosce appieno le figure? Il collega di cui sopra, ha un regolare contratto di lavoro giornalistico già da tempo presso un emittente locale.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Due episodi avvenuti a distanza di quarantotto ore che mi hanno fatto capire cos’è realmente l’Italia: un Paese di menestrelli dediti al piacere onanistico della polemica fine a stessa. “Il film nasconde la verità ed è troppo buonista”,  “La memoria va coltivata ma nel rispetto della verità”. L’unica cosa vera è che a nessuno interessa più sapere, conoscere e scrutare fin nelle viscere il passato che sia remoto o recente poco conta.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Schiacciati come siamo su di un presente anonimo e scevro da qualunque forma di valore o di ideali il passato non può che assurgere a stupido fardello; da respingere con fastidio ed acrimonia.

Il coraggio di raccontare senza ipocrisie e la voglia di conoscere la natura vera della nostra democrazia. Sono i moti dell’animo che

Raffaele de Chiara

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No alla libertà di offesa

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“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei giorni scorsi da un manifestante “No Tav” ad uno degli agenti in divisa che presidiavano l’occupazione dell’autostrada in Val di Susa. Gli abitanti del posto da anni si oppongono alla costruzione della linea ferroviaria dell’alta velocità che dovrebbe garantire un raccordo diretto tra l’Italia e la Francia. Proteste violente e cariche delle forze dell’ordine sono il triste corollario che da giorni insudicia la legittima manifestazione di dissenso da parte di chi non crede nei benefici derivanti dall’opera.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

Il manifestante che cinicamente provoca ed il carabiniere che impassibile ascolta.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

L’opinione pubblica si divide tra i simpatizzanti del ragazzaccio fintamente arrabbiato e i supporters ad oltranza del carabiniere “eroe” che per poco più di mille euro al mese è lì a difendere la democrazia e a prendersi impassibile gli insulti. Guardare il filmato senza farsi soggiogare dal fascino delle ideologie è un atto di virtù civica prima ancora che un tributo doveroso alla verità fattuale degli eventi. Da un lato si scorge un quasi trentenne, invasato da ciò che crede essere la sua missione salvifica ed aggredito da un attacco di cretineria acuta. Dall’altro un suo coetaneo, preparato e professionale che in nome del giuramento fatto sulla Costituzione non reagisce lasciando che l’energumeno di turno plachi da sé la sua incontinenza verbale.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

E’ forse il militare un prode ed l’altro un pericoloso terrorista? Niente affatto. Sono soltanto lo specchio di cosa sia la democrazia ed in cosa essa possa degenerare se male interpretata.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

Non ho mai amato le forze dell’ordine; a chi indossa anche se solo per lavoro, elmetti e manganelli, ho sempre preferito il volto gaio dei manifestanti pacifici, alle gerarchie la simpatica anarchia degli utopisti, all’ordine inteso come appiattimento di idee ed ideali la confusione creativa della libertà. Ma oggi no, oggi sto con quel ragazzo impassibile che fiero e professionale desiste respingendo con forza il culto meschino dell’insulto e della provocazione fine a se stessa.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

In quel corpo coperto dall’uniforme, in quello sguardo appena abbozzato sotto l’occhio della telecamera, in quell’immobilità condita soltanto dal silenzio, antitesi di viltà;  ho colto paradossalmente il vero significato dell’articolo 21 della nostra Carta Costituzionale.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

Il nocciolo reale di uno dei pilastri su cui si regge la democrazia e che mille persone urlanti ed a tratti violente non erano state in grado di farmi cogliere.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

Grazie carabiniere F.

“Beeeee  pecorellaaaaaa…”  Inizia così lo stolto turpiloquio, ripreso da una telecamera e subito postato su You Tube, rivolto nei

Raffaele de Chiara

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Meriti premiati e dignità negate

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Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è una colpa e non c’è nulla di cui vergognarsi. L’onestà ed il merito, secondo il guardasigilli, prevalgono su qualsiasi discorso volto a tracciare i contorni dell’equità.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Non è una colpa guadagnare tanto ma lo è senz’altro non chiedersi se un simile sistema sia giusto.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Fino a qual punto è possibile dilatare la forbice tra “i meritevoli” che guadagnano onestamente e i “non meritevoli” cui è negata anche la dignità di un’occupazione? Generazioni di trentenni senza futuro e privi di qualsiasi forma di progettualità, cinquantenni in cerca di identità perché licenziati dopo cinque lustri di lavoro, anziani privi di cure ed assistenza vittime di un sistema che evidentemente premia soltanto “i meritevoli”.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Invocare l’egualitarismo ed interpretare il lavoro come espressione delle proprie capacità ed inclinazioni prescindendo dal profitto sono utopie appartenenti al secolo scorso, non l’equità però. “Con le tasse che ho pagato – dice il ministro – ho contribuito a far sorgere scuole ed ospedali”.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Se quei quattro milioni anziché da un solo contribuente fossero provenuti da 400 mila persone avremmo forse avuto un Paese più giusto.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

A cosa serve premiare in maniera così spropositata il merito quando poi non si è in grado di assicurare la dignità a ciascuno? Gentile ministro con tutto il rispetto che le devo da cittadino prima e da giurista poi avrei fatto volentieri a meno della sua sapienza e delle sue capacità a fronte di una migliore ripartizione della ricchezza.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

“Sei il solito idealista ipocrita” è il commento più gettonato ogni qualvolta mi confronto sul tema con coetanei e non. “Pensa a te stesso e se avrai capacità guadagnerai anche tu tanto” è invece la chiosa finale cinica e beffarda con cui gli immancabili pragmatici mi invitano a guardare avanti.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

I miei progetti al mattino quando mi sveglio non vanno oltre l’indomani, la voglia di riscatto e la rabbia verso chi mi ha rubato il futuro sono ormai miei fedeli compagni di vita. Risparmiatemi però il turpiloquio affettato di chi dal pasco dorato dei suoi averi pontifica ed ammonisce su cosa sia o non sia giusto guadagnare.

Guadagnare sette milioni di euro in un anno e pagarne quattro di tasse. Per l’avvocato Paola Severino, ministro della giustizia, non è

Raffaele de Chiara

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Salviamo l’Italia

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Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati a persona. Sono i dati sull’incremento dell’area urbana in Italia registrato negli ultimi 50 diffusi dal dossier “Terra Rubata – Viaggio nell’Italia che scompare” realizzato da FAI (Fondo ambiente italiano) e WWF per fare il punto sulla perdita di territorio nella nostra  fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.

fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.


fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.

Le stime, realizzate su un ambito di 11 regioni italiane (Umbria, Molise, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Marche, Valle d’Aosta, Lazio, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia), parlano di un incremento medio del 300% con picchi vertiginosi che in alcune regioni ha raggiunto anche il 1100%. Il dato più allarmante che emerge dal dossier, riguarda l’influenza che nell’ultimo mezzo secolo di storia del belpaese l’ondata di cemento selvaggio ha portato all’occupazione di oltre 800 metri quadrati per abitante perso, anche nei comuni che si sono svuotati per effetto dell’emigrazione. A contribuire al disastroso stato di salute del territorio italiano svetta l’abusivismo edilizio. Fenomeno che dal 1948 ad oggi ha fatto registrare 4,5 milioni di abusi edilizi, 75 mila l’anno, 207 al giorno, gran parte dei quali favoriti nel giro di 16 anni da tre sanatorie edilizie (1985, 1994 e 2003).

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

C’è poi il capitolo cave, con le escavazioni che nel solo 2006 hanno mutilato il territorio portando via ben  375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Ancora, scorrendo l’indice, si incontrano le tanto decantate grandi infrastrutture, interventi che mettono a rischio 84 aree protette, 192 Siti di Interesse Comunitario. Da registrare la forte perdita di suolo in agricoltura che dal 2000 al 2010 fa segnare una diminuzione della cosiddetta superficie aziendale totale (SAT) pari all’8% e della superficie agricola utilizzata (SAU) del 2,3%, con il relativo calo nello stesso periodo del 32,2% per le aziende agricole e zootecniche. Una seria di fattori che rendono nel complesso il territorio italiano molto fragile col 70% dei Comuni interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6439 vittime tra morti, feriti e dispersi. Allarmante anche il rischio “desertificazione” che interessa il 4,3% del territorio mentre il 12,7% è classificato come “vulnerabile”.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Tra le proposte di FAI e WWF contenute nella road map per fermare il consumo del suolo ci sono: severi limiti all’urbanizzazione nella nuova generazione di piani paesistici e, in attesa della loro definitiva redazione, chiedere una moratoria delle nuove edificazioni su scala comunale.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Il censimento degli effetti dell’abusivismo edilizio su sala comunale per contrastare più efficacemente il fenomeno; dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso di nuove risorse territoriali.

Procedere ai Cambi di Destinazione d’Uso solo se coerenti con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità.  Ancora: rafforzare la tutela delle nostre coste estendendo da 300 a 1000 metri dalla linea di battigia il margine di salvaguardia; difendere i fiumi non solo attraverso il rispetto delle fasce fluviali ma con interventi di abbattimento e delocalizzazione degli immobili situati nelle aree a rischio idrogeologico; farsi carico degli interventi di bonifica dei siti inquinati, escludendo che i costi di bonifica vengano compensati attraverso il riuso delle aree a fini edificatori.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Vincenzo Viglione

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Ingiustizie in nome del Popolo Italiano

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 1 COMMENTO

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si crederebbero annoverabili solo nei cosiddetti “casi di scuola” tanto appaiono inverosimili ma non si può. Sovente la realtà supera i peggiori incubi. Giuseppe Gullotta è un uomo di 51 anni, 22 dei quali passati in carcere. Condannato per un duplice omicidio mai commesso, Gullotta, è stato finalmente assolto lunedì scorso grazie alla tardiva confessione di un maresciallo dei carabinieri. Il militare preso dai rimorsi di coscienza ha dichiarato a distanza di oltre due decenni che le confessioni del condannato e dei suoi complici su cui si basò la sentenza di colpevolezza furono estorte con torture e violenza. L’omicidio avvenuto nel ‘76 ad Alcamo Marina in Sicilia costò la vita a due Carabinieri. I reali esecutori della morte dei militari sono tutt’ora sconosciuti.

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

Una vita intera passata in carcere, un’esistenza distrutta ed una dignità che nessun risarcimento in denaro potrà mai restituire. Sono storie come queste che dovrebbero guadagnare le prime pagine dei mass-media ma sono altri gli argomenti di cui discutere: il festival di Sanremo, la farfallina di Belen o nel migliore delle ipotesi la demonizzazione perenne del garantismo in materia penale. Forze dell’ordine che torturano non un colpevole, azione già di per sé squallida ancor più barbara di quella della violenza del reo perché commessa indossando una divisa, bensì un innocente. Giudici che condannano alla morte civile chi non ha commesso alcun reato, un sistema mass mediatico silente e connivente che alla denuncia preferisce l’omertà.

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

“Meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”, il dubbio da preferire sempre alla certezza, l’umiltà della sete di conoscenze alla spocchia di chi crede di saper tutto e nulla invece sa; furono le prime lezioni che imparai durante i corsi di giurisprudenza all’università.

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

Agli strenui difensori dell’infallibilità delle forze dell’ordine, ai dispensatori di verità giudiziarie supreme ed incontrovertibili dico: quante altre storie come queste dovranno accadere perché ci si renda conto che non esiste ingiustizia peggiore di quella di uno Stato che in nome del popolo che rappresenta non solo esercita violenza ma uccide anche, nell’anima e nel corpo.

Ci sono storie che non si vorrebbe mai leggere, volti che si preferirebbe non incrociare mai neppure in foto, vicende che si

Raffaele de Chiara

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30 anni ed un sogno: lavorare

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il nuovo monito ai giovani italiani arriva dal Presidente del Consiglio Mario Monti: “Il posto fisso è monotono e l’articolo 18 non è un tabù”. Dargli torto sarebbe quasi blasfemo, non tanto per l’autorevolezza dimostrata sul campo dal personaggio, il Nostro oltre ad essere il capo dei ministri è tra i maggiori economisti europei ma soprattutto per la disarmante logicità del suo pensiero. La disoccupazione giovanile oltre il 30%, l’economia nostrana impantanata in un guazzabuglio di interessi castali e l’inadeguatezza di una classe politica a seconda dei casi blaterante o afona, non permette alternative: la precarietà giovanile da condanna deve divenire opportunità. Il vero problema però è come tradurre in pratica un concetto astratto di per sé validissimo.

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Si parla della necessità di creare lavoratori sempre più specializzati siano essi operai piuttosto che intellettuali.

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Una volta si diceva che il giornalismo non fosse una professione ma un mestiere. “A fare informazione non lo si impara nelle aule universitarie ma sui marciapiedi” E’ stato il mantra di intere generazioni di cronisti. Poi è arrivata la globalizzazione e allora via la vecchia nozione; chi dà notizie non può prescindere dall’acquisizione di un notevole substrato culturale. Il cronista del nuovo millennio non è più un mestierante ma un professionista globale. Master universitari biennali e corsi di ogni risma sono le strade più battute e quasi obbligate per chiunque voglia avvicinarsi a questo mestiere. Dopo una laurea in giurisprudenza e due anni di formazione post universitaria dal costo di quindicimila euro, a tutti i colloqui cui ho partecipato, dai giornali di provincia fino alle testate nazionali la risposta è stata una soltanto: “C’è crisi e non assumiamo neanche con un contratto di un mese. La tua formazione? Beh, questo lavoro lo si impara sul campo, non c’è bisogno di lauree e quant’altro”. Bene ho risposto tutte le volte io, sono disposto a partire nuovamente da zero, lo voglio imparare per strada questo lavoro, mi assumete come praticante?: “No”.

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Ho provato a propormi in tutto ma paradossalmente in alcuni settori la mia formazione è risultata quasi un ostacolo. Per alcune figure in ambito scolastico è attribuito maggiore punteggio al servizio civile e alla patente europea del computer che alla laurea.

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Ciò che non va allora caro Professor Monti non sono le sue idee ma l’ipocrisia imperante che pernea la nostra società. Da lei, io inguaribile idealista, ho imparato l’indispensabilità dell’essere concreti ed il ferreo rigore della razionalità ma temo che ciò non basti per cambiare questo disastrato Paese.

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Volgare e perennemente schiacciata sul proprio particulare, la nostra società è destinata ad una macabra implosione. Fino a quando sarà possibile mantenere la pace sociale tra chi continua a pascersi delle proprie ricchezze e chi non è capace neanche di progettare il proprio futuro? Fino a quando sarà possibile giocare ed illudere i giovani con il trucco della formazione perenne “indispensabile” per un lavoro che poi non arriverà mai?

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Oggi compio trent’anni, non ho un’occupazione né l’ho mai avuta, le collaborazioni giornalistiche che ho svolto non sono mai state retribuite, al massimo ho ricevuto una mancia di otto euro ad articolo, neanche il costo delle spese sostenute. Se mi si chiede oggi cosa faccio nella vita non so più cosa dire, rispondo soltanto non senza un pizzico di vergogna, “cerco lavoro”.

La noia del posto fisso e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa. Il

Dicono che ogni sognatore diventerà cinico invecchiando.

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Raffaele de Chiara

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