sabato 19 maggio 2012

Salviamo l’Italia

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati a persona. Sono i dati sull’incremento dell’area urbana in Italia registrato negli ultimi 50 diffusi dal dossier “Terra Rubata – Viaggio nell’Italia che scompare” realizzato da FAI (Fondo ambiente italiano) e WWF per fare il punto sulla perdita di territorio nella nostra  fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.

fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.


fotografia impietosa di un processo che non sembra mostrare segnali di arresto.

Le stime, realizzate su un ambito di 11 regioni italiane (Umbria, Molise, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Marche, Valle d’Aosta, Lazio, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia), parlano di un incremento medio del 300% con picchi vertiginosi che in alcune regioni ha raggiunto anche il 1100%. Il dato più allarmante che emerge dal dossier, riguarda l’influenza che nell’ultimo mezzo secolo di storia del belpaese l’ondata di cemento selvaggio ha portato all’occupazione di oltre 800 metri quadrati per abitante perso, anche nei comuni che si sono svuotati per effetto dell’emigrazione. A contribuire al disastroso stato di salute del territorio italiano svetta l’abusivismo edilizio. Fenomeno che dal 1948 ad oggi ha fatto registrare 4,5 milioni di abusi edilizi, 75 mila l’anno, 207 al giorno, gran parte dei quali favoriti nel giro di 16 anni da tre sanatorie edilizie (1985, 1994 e 2003).

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

C’è poi il capitolo cave, con le escavazioni che nel solo 2006 hanno mutilato il territorio portando via ben  375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Ancora, scorrendo l’indice, si incontrano le tanto decantate grandi infrastrutture, interventi che mettono a rischio 84 aree protette, 192 Siti di Interesse Comunitario. Da registrare la forte perdita di suolo in agricoltura che dal 2000 al 2010 fa segnare una diminuzione della cosiddetta superficie aziendale totale (SAT) pari all’8% e della superficie agricola utilizzata (SAU) del 2,3%, con il relativo calo nello stesso periodo del 32,2% per le aziende agricole e zootecniche. Una seria di fattori che rendono nel complesso il territorio italiano molto fragile col 70% dei Comuni interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6439 vittime tra morti, feriti e dispersi. Allarmante anche il rischio “desertificazione” che interessa il 4,3% del territorio mentre il 12,7% è classificato come “vulnerabile”.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Tra le proposte di FAI e WWF contenute nella road map per fermare il consumo del suolo ci sono: severi limiti all’urbanizzazione nella nuova generazione di piani paesistici e, in attesa della loro definitiva redazione, chiedere una moratoria delle nuove edificazioni su scala comunale.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Il censimento degli effetti dell’abusivismo edilizio su sala comunale per contrastare più efficacemente il fenomeno; dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso di nuove risorse territoriali.

Procedere ai Cambi di Destinazione d’Uso solo se coerenti con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità.  Ancora: rafforzare la tutela delle nostre coste estendendo da 300 a 1000 metri dalla linea di battigia il margine di salvaguardia; difendere i fiumi non solo attraverso il rispetto delle fasce fluviali ma con interventi di abbattimento e delocalizzazione degli immobili situati nelle aree a rischio idrogeologico; farsi carico degli interventi di bonifica dei siti inquinati, escludendo che i costi di bonifica vengano compensati attraverso il riuso delle aree a fini edificatori.

Un aumento di circa 3,5 volte per un totale di circa 600 mila ettari, 33 ettari al giorno per un ammontare di circa 367 metri quadrati

Vincenzo Viglione

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L’anno dell’energia sostenibile

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento quindi che continua a rappresentare l’epicentro delle grandi problematiche planetarie. Con la recente risoluzione 65/151, infatti, l’Onu ha proclamato il 2012 Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile per Tutti, accendendo una volta in più i riflettori su un problema che ad oggi interessa circa un quarto della popolazione mondiale. 1,4 miliardi di persone costretti a vivere senza elettricità rappresentano di fatto, non solo un pesante ostacolo allo sviluppo di intere popolazioni, ma un vero e proprio rischio per la loro stessa sopravvivenza poiché la sicurezza degli approvvigionamenti energetici è fondamentale per garantire servizi minimi sanitari e idrici.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Naturalmente, in un’epoca come quella che stiamo vivendo, costretta a fare i conti con i continui stravolgimenti climatici, il tema dell’approvvigionamento energetico fa inevitabilmente il paio con quello della sostenibilità.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Perché se è vero che c’è bisogno di portare energia nelle zone del pianeta che ne hanno bisogno, è anche vero che quest’energia deve viaggiare su binari innovativi realizzati su una base fondamentale che è quella della revisione degli attuali modelli di consumo legati alle abitudini energetiche di miliardi di persone che dipendono ancora in larga parte dai combustibili fossili e dal carbone come fonte di energia primaria. Da qui l’esigenza di coniugare le due sfide, energetica e ambientale, attraverso il ruolo dell’energia sostenibile e in particolare delle fonti energetiche rinnovabili. Elementi che saranno al centro delle iniziative di sensibilizzazione che le Nazioni Unite intendono promuovere nel corso del 2012 e che saranno presentate come strumento indispensabile per sconfiggere la povertà.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Adozione di modelli di sviluppo improntati sullo scambio tecnologico e di know-how dai paesi più sviluppati a quelli più poveri, la necessità di mettere a punto strumenti finanziari adeguati per accelerare il processo di transizione alle fonti rinnovabili.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento


Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Insomma, una serie di azioni volte a favorire un piano di sviluppo globale e che l’Onu si appresta a lanciare proprio con il nome di “Sustainable Energy for All”.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Quest’ultimo sulla scia anche dei modesti risultati registrati a valle delle recenti conferenze internazionali di Copenhagen 2009 e di Durban 2011, e in vista dell’imminente  Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile che si terrà dal 20 al 22 giugno 2012, si contraddistingue per tre obiettivi principali da raggiungere entro il 2030: assicurare l’accesso universale ai moderni servizi energetici; ridurre l’intensità energetica globale del 40%; aumentare l’utilizzo delle energie rinnovabili a livello globale del 30%.

Dopo un 2010 dedicato alle foreste, il 2011 alla biodiversità, anche il 2012 si apre all’insegna della tutela dell’ambiente, elemento

Vincenzo Viglione

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Allarmi senza ascolto

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale sede del vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, i temi in discussione sono essenzialmente gli stessi del 2009, quando parole come riscaldamento globale e emissioni di CO2, erano al centro dei lavori ospitati allora nella capitale della Danimarca.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale


Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Ebbene, a due anni di distanza dall’impalpabile risultato raggiunto nel corso della precedente conferenza sul clima, che sancì per gli Stati europei il famigerato obbligo del 20-20-20 (taglio del 20% di emissioni di gas serra da raggiungere entro il 2020 impiegando il 20% di fonti energetiche rinnovabili – nda), tocca registrare numeri tutt’altro che confortanti da questo punto di vista.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Emissioni di CO2 a livello planetario giunte a oltre 33 miliardi di tonnellate nel 2010 (+ 5,8% rispetto al 2009), con Cina e Usa a fare la parte del leone con i loro rispettivi contributi pari al 25% e 19% per un peso complessivo del 44%. L’Ue col suo 13% si posiziona dopo gli Stati Uniti, e a seguire i Paesi del cosiddetto Bric tutti caratterizzati dal segno “+” rispetto alle emissioni dell’anno precedente: Brasile (+11,4%), Cina (+10,4%), India (+9,2%).

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Un quadro complessivo insomma che se da un lato fa puntare il dito una volta in più contro gli Stati, rei di sterili politiche di riduzione dei livelli di CO2, di contro non mostra mai l’altra parte di responsabilità individuata sul finanziamento (mancato) di determinati progetti.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Secondo il rapporto “Killer del clima” stilato da alcune Ong, tra cui Banktrack e il gruppo tedesco Urgewald, dal 2005, anno di entrata in vigore del protocollo di Kyoto, a oggi, le principali 93 banche del mondo hanno investito più di 232 miliardi di euro in progetti su centrali a carbone, fonte energetica che contribuisce di più alla produzione di CO2, con il 41% delle emissioni mondiali. Inevitabile quindi, nei confronti dell’Ue, il malumore di Wwf ed Ecofys che hanno presentato a Durban il rapporto  “Climate policy tracker”. «L’Europa non sta facendo abbastanza su clima ed energia. L’Ue di questo passo non raggiungerà l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050».  In una scala di valutazione dalla A alla G (dove G è il voto più basso) la media generale delle politiche climatiche europee corrisponde alla lettera ‘E’.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Tra i Paesi più virtuosi, la Danimarca con la sua ‘D’ ha messo nero su bianco la strategia e l’obiettivo di diventare indipendente dai combustibili fossili entro il 2050, e la Germania che intende ridurre le emissioni dell’80-95%. Maglia nera per Romania, Bulgaria, Lussemburgo, Grecia e Polonia a cui è assegnata la “F” seguono un’Italia, che con una “E”, rientra esattamente nella media europea.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Le motivazioni, spiegano gli autori del rapporto, si devono alla mancanza, da parte del nostro Paese, di una strategia globale sul clima per un’economia a basse emissioni di carbonio e dalla reale possibilità di rallentamento dei piani d’azione nazionale per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica.

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Vincenzo Viglione

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Verità ignorate

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Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno danni incalcolabili. Numerosi comuni hanno già inoltrato richiesta di aiuto alla comunità europea per fronteggiare un’emergenza che proprio in questi giorni comincia a rivelare l’altra faccia della tragedia. Le strade non percorribili, infatti, stanno mettendo in ginocchio quelle comunità che oltre a patire il disastro, devono fare i conti con l’arresto delle attività lavorative e i viveri che cominciano a scarseggiare. Episodi come questo, se da un lato vengono circoscritti come la “normale” conseguenza di eventi meteorici che si presentano in maniera sempre più violenta, dall’altro devono invitarci una volta in più a riflettere sul perché questi eventi assumono caratteristiche simili e su quali conseguenze possono produrre su larga scala.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Nel 2007, in un interessantissimo film-documentario firmato da Davis Guggenheim, fu raccontato il giro del mondo compiuto da Al Gore per illustrare la condizione del pianeta e i rischi che corre a causa dei gas serra. “Una scomoda verità”, il titolo dell’opera, che in effetti racconta in maniera estremamente dettagliata dati scientifici, tabulati, previsioni sul nostro prossimo futuro e risposte alla domanda su come affrontare il riscaldamento globale del pianeta.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Un esempio su tutti è dato dall’indiscriminato sperpero di risorse naturali che anno dopo anno colpisce massicciamente le aree verdi del pianeta laddove centinaia di migliaia di ettari di vegetazione spariscono per fare posto a colate di ferro e cemento. Tutto ciò produce il duplice, letale, effetto di eliminare la possibilità di assorbimento di anidride carbonica e parallelamente da vita a cicli produttivi che invece ne liberano sempre più, alimentando quell’infernale macchina del riscaldamento globale diretta responsabile di eventi come quello di Genova piuttosto delle recenti tempeste che hanno colpito il Messico, l’India e la Corea.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Se questi eventi rappresentano le manifestazioni istantanee e clamorose dello stravolgimento climatico in atto sul nostro pianeta, esiste l’altra faccia del problema che in maniera silenziosa e costante sta alterando gran parte dei naturali equilibri ecosistemici del globo.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Pensiamo alla progressiva riduzione dei ghiacci delle vette himalayane che sottraendo acqua alle popolazioni che abitano alle pendici delle montagne le obbliga a vere e proprie migrazioni in massa in cerca di nuove sistemazioni. Le stesse migrazioni a cui da anni ormai sono costrette grosse fette di popolazione che abitavano in zone soggette ad inondazioni e/o a desertificazione e che oggi cercano di raggiungere nuovi porti in cerca di condizioni di vita favorevoli, con impatti che in certi casi stravolgono completamente l’assetto socio-economico delle località che accoglie i nuovi arrivi.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno


Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Di fronte a un quadro del genere risulta piuttosto difficile comprendere l’atteggiamento dei cosiddetti Paesi industrializzati, responsabili di questi sconvolgimenti, quando decidono di respingere quelle popolazioni che loro stessi hanno costretto ad emigrare negandogli due volte la possibilità di avere un futuro decente.

Sono trascorse ormai due settimane dalle alluvioni che hanno devastato Genova e gran parte della costa ligure lasciando sul terreno

Vincenzo Viglione

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Parola d’ordine: salvare il paesaggio

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Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia settentrionale. E di fatti, parliamo di una comunità composta da poco meno di duemila anime in provincia di Milano che lo scorso 29 ottobre è stata teatro di un evento che in termini di sviluppo sostenibile rappresenta un traguardo di importanza notevole. La nascita del “Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio”, infatti, dopo l’obiettivo di salvaguardia dell’elemento “acqua”, raggiunto grazie all’esito del referendum della scorsa primavera, rappresenta in un’ipotetica scala ambientale il secondo gradino, verso la difesa del suolo, della terra, dei territori e dei paesaggi.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Ad animare l’evento promosso nel primo comune italiano ad avere decretato la crescita zero urbanistica, 500 persone provenienti da 18 Regioni, giunte a sancire la necessità di porre un freno sostanziale al consumo di territorio e di puntare ad un vero cambiamento nella pianificazione urbanistica comunale e nazionale. Obiettivo che, stando ai numerosi segnali provenienti da comuni che tendono ad imitare Cassinetta, grandi città e grandi Province che si impegnano ad approvare delibere o nuove leggi davvero vicine allo “stop al consumo di territorio”, una diffusa sensibilità maggiore da parte di cittadini, tecnici del settore, media, amministratori, addirittura imprenditori del comparto edile, non sembra tanto fuori portata. Significativa il contributo di una realtà come SlowFood che per prima, accogliendo con estremo piacere l’iniziativa, insieme ai responsabili del Movimento Stop al Consumo di Territorio si è subito attivato per diffondere quell’invito/appello che si sarebbe concretizzato con il Forum del 29 Ottobre.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Tra le priorità del forum, una campagna capace di coinvolgere tutti i Comuni italiani nell’organizzazione di un censimento capillare delle strutture edilizie esistenti sfitte, vuote e non utilizzate.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

I risultati opportunamente raccolti verranno messi a disposizione del Forum nazionale e dei cittadini del territorio in modo da organizzare una proposta di legge di iniziativa popolare basata sull’obiettivo di arrestare il consumo di suolo e prevedere che nuove occupazioni ai fini insediativi e infrastrutturali siano consentite esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Ostacolo principale, in tal senso, è l’idea di rendere obbligatoria, per i Comuni italiani, la sospensione temporanea di tutte le nuove edificazioni previste dai Piani Regolatori  finché non sia stato completato un censimento del patrimonio edilizio esistente.

Tale operazione avrà lo scopo di evidenziare: l’ammontare delle superfici occupate dalle strutture già presenti sul territorio comunale non utilizzate o in costruzione; il dato numerico degli edifici non utilizzati/non abitati nonché il patrimonio dismesso, riconvertibile e recuperabile; il computo delle aree edificabili di qualsivoglia destinazione, già previste dai vigenti strumenti urbanistici, ma non ancora attuate; il computo del consumo di suolo, esteso ai 5 anni precedenti.

Dati che una volta raccolti ogni Comune italiano sarà tenuto a mettere a disposizione della collettività nell’ambito di un tavolo partecipato che veda presente ogni cittadino residente del Comune che ne desideri far parte, oltre agli amministratori comunali, ai tecnici comunali, a professionisti e tecnici del settore.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Un assetto partecipativo in pratica volto al raggiungimento di un’utilizzazione ottimale del patrimonio edilizio esistente rivolto al soddisfacimento delle esigenze abitative, commerciali e produttive della comunità di riferimento.

Cassinetta di Lugagnano. Detto così, l’unica cosa che può suggerire, è il nome di un paesino nascosto tra le valli dell’Italia

Vincenzo Viglione

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La via degli peneumatici

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume enorme di materiale che nel nostro Paese ha prodotto e produce tuttora non pochi grattacapi a chi deve farsi carico dello smaltimento di questo tipo di rifiuti.

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Grattacapi che in regioni come la Campania, giorno per giorno vengono sistematicamente risolti mandando letteralmente al rogo enormi cumuli di pneumatici usati, misti ad altre tipologie di rifiuti speciali, che liberano nell’aria quantità inimmaginabili di diossine, metalli pesanti e centinaia di altre sostanze tossiche, responsabili quest’ultime di quell’emergenza sanitaria ancor prima che dei rifiuti in quanto tali che nel giro di pochi anni ha reso il quadro clinico del territorio a cavallo tra le province di Napoli e Caserta a dir poco drammatico.

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Di fronte a tutto ciò, nonostante le innumerevoli denunce operate dall’associazione “La Terra dei fuochi” che da anni si batte su questa materia, poco e nulla è stato fatto per cercare di arginare un fenomeno capace di produrre conseguenze ancor più gravi della ormai celebre crisi dei rifiuti che tutti conosciamo.

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

In uno scenario tanto cupo però qualcosa sembra muoversi all’orizzonte. La novità risale allo scorso giugno  quando, con l’approvazione del D.M. 82/2011, meglio noto come regolamento per la gestione degli pneumatici fuori uso (Pfu), è stato introdotto l’obbligo da parte dei produttori e degli importatori di pneumatici di raccogliere e gestire annualmente quantità di Pfu (di qualsiasi marca) almeno equivalenti alle quantità di pneumatici che hanno immesso nel mercato nazionale del ricambio nell’anno solare precedente. Il servizio sarà documentato da una voce specifica da inserire in fattura all’atto della vendita dei pneumatici nuovi in modo da offrire all’acquirente l’informazione sul contributo versato per lo smaltimento delle vecchie gomme. Contributo già presente in passato ma che, inglobato nel prezzo dello pneumatico, era difficile da controllare soprattutto da parte dello Stato che, secondo quanto dichiarato da Legambiente, col nuovo sistema, non solo potrà ottenere ricavi per circa 3 milioni di euro l’anno derivanti dalle attività lecite di smaltimento, ma avrà la possibilità di far emergere la quota di Pfu destinata alle discariche abusive.

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Che sia la volta buona?

Circa 380 mila tonnellate. Questa, secondo le stime, la quantità di pneumatici che ogni anno arrivano a fine vita in Italia. Un volume

Vincenzo Viglione

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Una stagione rovente

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari di

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari di macchia mediterranea tra boschi e foreste tra i fiori all’occhiello di prestigiosi parchi regionali e nazionali, che vanno in fumo per opera di piromani che, tranne in qualche episodio veramente raro, non sono altro che i tentacoli dell’ennesima lobby della piantumazione piuttosto che della speculazione edilizia interessata a fare affari sui terreni attraversati dal fuoco.

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari di

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari

L’ennesimo scempio messo in pratica da quelle ecomafie che ogni anno, in barba alle pur esistenti norme di prevenzione incendi (legge 353/2000 – ndr), sottraggono all’ambiente un patrimonio del quale purtroppo fino ad oggi non si riesce bene a comprendere la reale entità, ridotta troppo spesso a mero fattore estetico di un territorio.

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari

Dall’attacco illecito all’attacco “lecito”, il passo non è poi così lungo.

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari

Basti pensare alle macchinazioni più o meno articolate che, attraverso l’avallo di piani urbanistici a dir poco spericolati, sacrificano centinaia e centinaia di ettari di aree alberate a beneficio dei palazzinari di turno che operano nella totale noncuranza del rischio idrogeologico cui possono precipitare zone come quelle in prossimità dei bacini idrografici piuttosto che quelle alla base di pendii, magari interessati da fenomeni di carsismo, salvo accorgersi delle scelte scellerate che hanno messo in pratica davanti ad episodi come quelli che nel febbraio del 2010 interessarono il comune di Maierato, in provincia di Vibo Valentia, quando l’intero costone roccioso a ridosso del centro del paese franò costringendo più di duemila persone ad evacuare le proprie abitazioni, e a fare i conti con danni incalcolabili alle abitazioni.

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari

Tragedie che dovrebbero una volta in più plasmare la coscienza di quanti pur memori di sfide ad una natura che spesso ha presentato un conto in termini di vite umane salatissimo, continuano a perpetrare le stesse scelte in nome di un profitto che per quanto elevato non potrà mai metterli al riparo da rischi ben più elevati.

Come ogni estate che si rispetti, purtroppo, sole, caldo e vento più o meno forte fanno ormai rima con incendi. Centinaia di ettari

Vincenzo Viglione

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Energia dal mare

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Superato lo scoglio referendario che ha messo definitivamente (si spera nda) una pietra sopra il discorso energia elettrica nucleare, vale la pena cominciare seriamente a riflettere sulle possibili fonti di produzione di energia alternativa, capaci di dare un contributo significativo in termini di riduzione di gas serra e in generale di sostenibilità  ambientale.

Una delle ipotesi che negli ultimi tempi ha suscitato notevole interesse sembra essere quella legata allo sfruttamento delle correnti e delle onde marine.

Tecnologia che prendendo come parametro di riferimento i circa 8 mila chilometri di costa della nostra Penisola, sarebbe in grado di offrire un potenziale di produzione di energia elettrica paragonabile a quello di 6 impianti nucleari. Le sole correnti marine dello Stretto di Messina sarebbero capaci di produrre energia sufficiente al fabbisogno di una cittìà  da 2 milioni di abitanti.

Tra i maggiori fautori dell’utilizzo della forza del mare, oggetto del recente workshop promosso da Enea sulle Prospettive di sviluppo dell’energia del mare per la produzione di energia elettrica in Italia che si è tenuto a Roma il 16 giugno scorso, scienziati del calibro di Vincenzo Artale dell’unità  tecnica modellistica ambientale dell’Enea, Gianmaria Sannino, oceanografo dell’Enea e Marco Marcelli dell’Università  della Tuscia, che hanno illustrato i vantaggi che una tecnologia simile è in grado di garantire non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Stando alle stima Iea (International Energy Agency), infatti, il potenziale teorico di energia dal mare  compreso tra i 20 mila e i 90 mila TWh/anno. Numeri che hanno già  spinto Paesi come Norvegia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Portogallo e Regno Unito a investire significativamente in questa direzione fin dagli anni ’70.

Una risorsa quindi quella marittime dalle potenzialità  enormi che però  non deve far perdere di vista i risvolti ambientali come sottolineato da Marcelli secondo il quale la salvaguardia degli ecosistemi coinvolti in un progetto del genere passa necessariamente attraverso una tempestiva e attenta revisione del vecchio Piano nazionale difesa mare e coste del 1982.

Un progetto quello messo sul tavolo dall’Enea che stando all’esito del referendum, si candida a giocare un ruolo fondamentale nella determinazione del mix energetico che oltre al sole e al vento potrebbe contare sull’apporto significativo delle correnti marine nei confronti del rispetto ambientale.

Vincenzo Viglione

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Uno sviluppo sostenibile

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 2 COMMENTI

 

Parola d’ordine: sostenibilità.

 

Con le recenti dichiarazioni del segretario generale aggiunto dell’Onu, Sha Zukang, infatti quello dello sviluppo sostenibile assume sempre più i connotati di un vero e proprio imperativo per i soggetti coinvolti nella vita economica e sociale del pianeta chiamati, nel corso della XIX sessione della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, a trovare un accordo «Su un piano mirante a promuovere un utilizzo più efficace e più sicuro delle risorse della Terra».

 

 

«Dobbiamo cambiare i nostri modi di consumo e di produzione per fare in modo che le nostre economie avanzino su una via sostenibile e che noi possiamo rilevare le grandi sfide mondiali come il cambiamento climatico, la rarità dell’acqua e di altre risorse e il deterioramento dell’ambiente». Parole, quelle pronunciate da Sha Zukang, che fanno eco ai numerosi proclama di studiosi come Tim Jackson dell’Università del Surrey che da anni è impegnato nella promozione di stili di vita rispettosi delle risorse naturali.

 

Prosperità senza crescita, è la filosofia con cui Jackson prende di mira l’attuale politica del consumismo, basata sul debito e sullo spendere più di quello che si ha, e che lo stesso studioso britannico propone di rimpiazzare con politiche fatte di “tetti” massimi per l’utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, di riforme fiscali “ecologiche”, capaci di spostare la pressione dagli elementi economici positivi (come il reddito) a quelli ecologici negativi (come l’inquinamento), di affiancare o sostituire gli attuali indicatori di benessere come il PIL (Prodotto Interno Lordo) con indici in grado di dare una misura più adeguata della performance economica degli Stati.

 

In definitiva, l’obiettivo è quello di smantellare l’attuale cultura del consumismo, trasmessa da istituzioni, media, norme sociali e un’altra miriade di input incoraggianti la gente a esprimersi, cercare un’identità e trovare il significato della propria esistenza attraverso beni materiali.

 

Certo combattere il consumismo e cambiarne la logica sociale richiede uno sforzo consistente e metodico, quanto quello che nei decenni ha permesso a questo modello di affermarsi in maniera così massiccia.

 

 

È importante notare però le rinunce che un modello alternativo impone saranno solo l’anticamera di proposte sicuramente di consumo, ma che siano realmente rispettose dell’ambiente e in gradi di incrementare la capacità degli esseri umani di essere felici in modi meno materialistici.

 

Vincenzo Viglione

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Spegniamo le luci per un’ora

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 1 COMMENTO

 

Ritorna il più grande evento globale organizzato dal WWF per la promozione del risparmio energetico. Il 26 marzo di quest’anno infatti torna l’appuntamento con Earth Hour, evento che negli ultimi anni ha coinvolto più di un miliardo di persone in oltre 120 paesi del mondo che simbolicamente hanno spento la luce per un’ora. Come accade ormai dal 2007, anno in cui fu Sidney a spegnere le luci per un’ora con un gesto che da allora ha fatto il giro del mondo dando vita ad un vero e proprio “movimento” per la sostenibilità del pianeta, l’obiettivo di Earth Hour è quello di spingere istituzioni, aziende e semplici cittadini ad andare “Oltre l’ora” impegnandosi non solo a spegnere le luci in questa occasione ma a scegliere e promuovere comportamenti e stili di vita finalizzati al rispetto della nostra Terra.

 

Il cittadino che rinuncia all’ auto un giorno a settimana, una scuola che installa pannelli solari sul tetto, un comune che costruisce piste ciclabili, ed ogni piccola azione contribuisce a proteggere l’unico pianeta a nostra disposizione.

 

In Italia e in tutto il mondo, l’evento viene celebrato con lo spegnimento per un’ora delle luci che illuminano i più grandi monumenti e le più grandi opere sparsi in ogni angolo del pianeta.

 

Nel 2009 furono la Fontana di Trevi, la Torre di Pisa, la Mole Antonelliana e la Valle dei Templi di Agrigento, a partecipare all’ Ora della Terra, e con essi 140 comuni, 200 imprese italiane più, decine le organizzazioni che, celebrarono l’evento con speciali iniziative rigorosamente al buio, diedero il loro contributo, per ripetersi con grande successo l’anno successivo.

 

Per Earth Hour 2011, la Campania si è già mobilitata mediante l’adesione di Napoli, dove le luci verranno spente all’Oasi WWF Cratere Astroni, a Vietri Sul Mare (SA) presso la Cupola e il campanile del Duomo S.Giovanni (principale monumento di Vietri Sul Mare), ad Angri (SA) presso Castello Doria, a Mercato San Severino (SA) in Piazza Ettore Imperio, al Comune di San Nicola la Strada e in altre numerose località della Regione.

 

Vincenzo Viglione

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