Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale
Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale sede del vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, i temi in discussione sono essenzialmente gli stessi del 2009, quando parole come riscaldamento globale e emissioni di CO2, erano al centro dei lavori ospitati allora nella capitale della Danimarca.
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Ebbene, a due anni di distanza dall’impalpabile risultato raggiunto nel corso della precedente conferenza sul clima, che sancì per gli Stati europei il famigerato obbligo del 20-20-20 (taglio del 20% di emissioni di gas serra da raggiungere entro il 2020 impiegando il 20% di fonti energetiche rinnovabili – nda), tocca registrare numeri tutt’altro che confortanti da questo punto di vista.
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Emissioni di CO2 a livello planetario giunte a oltre 33 miliardi di tonnellate nel 2010 (+ 5,8% rispetto al 2009), con Cina e Usa a fare la parte del leone con i loro rispettivi contributi pari al 25% e 19% per un peso complessivo del 44%. L’Ue col suo 13% si posiziona dopo gli Stati Uniti, e a seguire i Paesi del cosiddetto Bric tutti caratterizzati dal segno “+” rispetto alle emissioni dell’anno precedente: Brasile (+11,4%), Cina (+10,4%), India (+9,2%).
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Un quadro complessivo insomma che se da un lato fa puntare il dito una volta in più contro gli Stati, rei di sterili politiche di riduzione dei livelli di CO2, di contro non mostra mai l’altra parte di responsabilità individuata sul finanziamento (mancato) di determinati progetti.
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Secondo il rapporto “Killer del clima” stilato da alcune Ong, tra cui Banktrack e il gruppo tedesco Urgewald, dal 2005, anno di entrata in vigore del protocollo di Kyoto, a oggi, le principali 93 banche del mondo hanno investito più di 232 miliardi di euro in progetti su centrali a carbone, fonte energetica che contribuisce di più alla produzione di CO2, con il 41% delle emissioni mondiali. Inevitabile quindi, nei confronti dell’Ue, il malumore di Wwf ed Ecofys che hanno presentato a Durban il rapporto “Climate policy tracker”. «L’Europa non sta facendo abbastanza su clima ed energia. L’Ue di questo passo non raggiungerà l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050». In una scala di valutazione dalla A alla G (dove G è il voto più basso) la media generale delle politiche climatiche europee corrisponde alla lettera ‘E’.
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Tra i Paesi più virtuosi, la Danimarca con la sua ‘D’ ha messo nero su bianco la strategia e l’obiettivo di diventare indipendente dai combustibili fossili entro il 2050, e la Germania che intende ridurre le emissioni dell’80-95%. Maglia nera per Romania, Bulgaria, Lussemburgo, Grecia e Polonia a cui è assegnata la “F” seguono un’Italia, che con una “E”, rientra esattamente nella media europea.
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Le motivazioni, spiegano gli autori del rapporto, si devono alla mancanza, da parte del nostro Paese, di una strategia globale sul clima per un’economia a basse emissioni di carbonio e dalla reale possibilità di rallentamento dei piani d’azione nazionale per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica.
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Vincenzo Viglione
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