sabato 19 maggio 2012

Allarmi senza ascolto

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale sede del vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, i temi in discussione sono essenzialmente gli stessi del 2009, quando parole come riscaldamento globale e emissioni di CO2, erano al centro dei lavori ospitati allora nella capitale della Danimarca.

Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale


Si cambia località ma i temi restano gli stessi. Da un capo all’altro del pianeta. Da Copenhagen a Durban, città del Sud Africa attuale

Ebbene, a due anni di distanza dall’impalpabile risultato raggiunto nel corso della precedente conferenza sul clima, che sancì per gli Stati europei il famigerato obbligo del 20-20-20 (taglio del 20% di emissioni di gas serra da raggiungere entro il 2020 impiegando il 20% di fonti energetiche rinnovabili – nda), tocca registrare numeri tutt’altro che confortanti da questo punto di vista.

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Emissioni di CO2 a livello planetario giunte a oltre 33 miliardi di tonnellate nel 2010 (+ 5,8% rispetto al 2009), con Cina e Usa a fare la parte del leone con i loro rispettivi contributi pari al 25% e 19% per un peso complessivo del 44%. L’Ue col suo 13% si posiziona dopo gli Stati Uniti, e a seguire i Paesi del cosiddetto Bric tutti caratterizzati dal segno “+” rispetto alle emissioni dell’anno precedente: Brasile (+11,4%), Cina (+10,4%), India (+9,2%).

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Un quadro complessivo insomma che se da un lato fa puntare il dito una volta in più contro gli Stati, rei di sterili politiche di riduzione dei livelli di CO2, di contro non mostra mai l’altra parte di responsabilità individuata sul finanziamento (mancato) di determinati progetti.

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Secondo il rapporto “Killer del clima” stilato da alcune Ong, tra cui Banktrack e il gruppo tedesco Urgewald, dal 2005, anno di entrata in vigore del protocollo di Kyoto, a oggi, le principali 93 banche del mondo hanno investito più di 232 miliardi di euro in progetti su centrali a carbone, fonte energetica che contribuisce di più alla produzione di CO2, con il 41% delle emissioni mondiali. Inevitabile quindi, nei confronti dell’Ue, il malumore di Wwf ed Ecofys che hanno presentato a Durban il rapporto  “Climate policy tracker”. «L’Europa non sta facendo abbastanza su clima ed energia. L’Ue di questo passo non raggiungerà l’obiettivo della decarbonizzazione entro il 2050».  In una scala di valutazione dalla A alla G (dove G è il voto più basso) la media generale delle politiche climatiche europee corrisponde alla lettera ‘E’.

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Tra i Paesi più virtuosi, la Danimarca con la sua ‘D’ ha messo nero su bianco la strategia e l’obiettivo di diventare indipendente dai combustibili fossili entro il 2050, e la Germania che intende ridurre le emissioni dell’80-95%. Maglia nera per Romania, Bulgaria, Lussemburgo, Grecia e Polonia a cui è assegnata la “F” seguono un’Italia, che con una “E”, rientra esattamente nella media europea.

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Le motivazioni, spiegano gli autori del rapporto, si devono alla mancanza, da parte del nostro Paese, di una strategia globale sul clima per un’economia a basse emissioni di carbonio e dalla reale possibilità di rallentamento dei piani d’azione nazionale per le energie rinnovabili e per l’efficienza energetica.

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Vincenzo Viglione

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La salvaguardia dei fiumi

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 1 COMMENTO

 

L’inquinamento da idrocarburi del fiume Lambro, le esondazioni sempre più frequenti che sistematicamente accompagnano i periodi di pioggia intensa, per non parlare dello stato di salute di default dei corsi d’acqua italiani. Sono solo alcune delle motivazioni che hanno spinto di recente il WWF a rilanciare la richiesta di un impegno serio e duraturo da parte delle istituzioni per garantire il raggiungimento e il mantenimento del buono stato ecologico dei corsi d’acqua e in generale degli ecosistemi d’acqua dolce sparsi sul territorio nazionale, così come previsto dalla Direttiva quadro Acque 2000/60/CE. Si tratta di un necessità  scaturita in seguito alla campagna “WWF Liberafiumi” condotta circa un anno fa da centinaia di volontari che in tutta Italia hanno condotto un’accurata indagine sullo stato di salute dei fiumi italiani.

 

 

 

Dall’Ippari, al Tevere passando per il Sele piuttosto che il Volturno, ciò che è emerso dai risultati, presentati nel gennaio scorso a Roma nell’ambito del convegno “Fiumi d’Italia. Dal dissesto idrogeologico alla gestione responsabile dei bacini idrografici”,  è  l’enorme criticità che caratterizza gran parte dei nostri corsi d’acqua.

 

 

Emblematico il caso delle numerosissime discariche abusive riscontrate lungo il Volturno, con presenza di amianto tale da configurare un vero e proprio disastro ambientale. La preoccupante perdita di biodiversità  che vede forse nei pesci il suo maggiore “bioindicatore”, con solo una delle 48 specie ittiche autoctone italiane, il cavedano, che sfugge al rischio spesso di estinzione che invece minaccia gran parte delle specie restanti.

 

Questi ed altri quindi, i dati che hanno dato corpo a dossier estremamente accurati che, consegnati nelle mani delle autorità  giudiziarie, hanno accompagnato le denunce della grave crisi che affligge gli ecosistemi fluviali italiani e che si augura possano presto dare il via a tutti quei provvedimenti capaci di recuperare uno dei grandi patrimoni dell’ecosistema Italia.

 

Vincenzo Viglione

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L’Azoto, questo sconosciuto

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Qualche mese fa da appassionato di ecologia mi sono imbattuto in un articolo dal titolo curioso: “L’inquinamento da azoto sta incrementando in tutto il mondo” di Gianfranco Bologna, direttore scientifico e culturale del WWF. Considerato che l’azoto, con una percentuale del 78%, è il maggiore dei gas presenti nell’atmosfera, sembrerebbe strano parlare di inquinamento per una sostanza che domina letteralmente l’aria che respiriamo e della quale, all’uomo della strada, sono pressoché sconosciute le dinamiche di utilizzo. Sovente infatti, il concetto di inquinamento ambientale è associato all’eccessiva presenza di sostanze nocive nel nostro ecosistema (si pensi alle diossine – nda).

 

 

In questo caso il meccanismo si ribalta. In un’era che il premio Nobel Paul Crutzen, qualche anno fa battezzò Antropocene, per dare l’idea di come la pressione umana sui sistemi naturali del pianeta sia paragonabile alle grandi forze naturali che hanno modificato la Terra nell’arco di tutta la sua vita, una delle problematiche che affligge il pianeta, uno dei cosiddetti “confini planetari” che l’uomo è chiamato a non superare è individuato nella modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto. Si è calcolato infatti che dalla quota zero di azoto “rimosso” dall’atmosfera per utilizzo umano in epoca preindustriale si è arrivati alle odierne 121 milioni di tonnellate l’anno, contro un confine accettabile fissato in 35 milioni di tonnellate annue. Uno sfruttamento eccessivo che ha avuto origine col cosiddetto metodo di Haber-Bosch che consente di trasformare l’azoto gassoso in ammoniaca dalla quale poi si ricavano fertilizzanti impiegati per coltivare terreni spesso infertili e di ottenere raccolti significativi dallo stesso, senza rispettare in questo modo la normale rigenerazione dei nutrienti naturali del suolo.

 

 

Una produzione di azoto reattivo disperso poi nell’ambiente che avanza a ritmi vertiginosi e che può ripercuotersi sul nostro ecosistema in maniera devastante.

 

Basta pensare che l’azoto così liberato può combinarsi con un’ampia gamma di composti, diffondendosi in modo capillare.  Nei bacini acquiferi, laghi, fiumi,  mari, l’azoto reattivo può innescare spropositate crescite di piante ed alghe microscopiche che, una volta giunte alla fase di decomposizione, consumano un enorme quantità di ossigeno creando, a lungo andare, delle vere e proprie “zone morte” presenti già in numerose aree costiere del pianeta. Senza contare che l’eccesso di produzione antropica di azoto contribuisce al fenomeno del riscaldamento globale.

 

Una pratica che ha spinto il mondo scientifico a richiedere urgenti interventi regolatori quali, ad esempio, la riduzione della produzione di fertilizzanti artificiali o la loro applicazione con tecniche di precisione e la riduzione del consumo di carne che invece cresce a livello mondiale.

 

Insomma un invito a convivere in maniera pacifica con il nostro pianeta senza aggredirlo, ma rispettandolo.

 

Vincenzo Viglione

 

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