Con i referendum ormai alle porte che, il 12 e 13 giugno prossimi, ci chiameranno a decidere, tra l’altro, sull’intenzione del governo di aprire una nuova stagione nucleare in Italia, vale la pena cercare di mettere un po’ di ordine tra le informazioni che nonostante la morbida censura mediatica stanno circolando su un argomento tanto delicato. A più riprese infatti si sente parlare di impianti ultrasicuri di terza generazione, addirittura di una fantomatica quarta generazione capace di fugare tutti i dubbi che lo scetticismo ambientalista continua a contrapporre allo spettro atomico.
Si continua a parlare dell’energia atomica come soluzione atta ad eliminare la dipendenza da quei combustibili fossili troppo suscettibili alle crisi internazionali laddove, la presenza e l’esercizio di impianti nucleari innescherebbe una dipendenza ben più complessa da gestire sotto questo punto di vista che è quella dall’uranio. Risorsa che peraltro, come i combustibili fossili, è piuttosto limitata.
Sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere seriamente sulla possibilità di investire in fonti di energia realmente illimitate (e ad emissioni zero – nda) come il sole, il vento, le maree.
Si continua con le rassicurazioni che la pista nucleare non comporterà alcun aumento in bolletta con la storiella dei finanziamenti tutti provenienti da privati laddove, riesce veramente difficile credere nella poca oculatezza di chi è disposto a imbarcarsi in un investimento che produrrà, forse, i suoi frutti a distanza di vent’anni.
Si insiste sull’esigenza di puntare all’autosufficienza energetica puntando il dito sulle importazioni di energia da Paesi che come la Francia, proprio per la presenza delle centrali nucleari, sono costretti ad esportare la quota parte di energia che di notte, non trovando il favore della domanda, deve in qualche modo essere erogata per favorire il corretto funzionamento degli impianti che hanno necessità di lavorare a regime costante.
Sarebbe il caso di informare la gente che questo scambio conviene sia a chi esporta, per quanto appena detto, sia a chi importa. Come l’Italia, che a fronte di 105.000 MW installati, e consumi di picco che in estate arrivano al più a 55.000 MW, preferisce acquistare energia dalla Francia perché meno costoso che far funzionare i propri impianti.
Ma su tutto regna un solo interrogativo, puntualmente glissato in qualsiasi discussione riguardante la produzione di energia nucleare.
Come smaltire i rifiuti radioattivi, cosiddetti, di terza categoria che od oggi non riescono a trovare gestione alternativa alla loro collocazione all’interno di formazioni geologiche capaci di isolarne la radioattività per periodi che sono dell’ordine delle migliaia di anni?
Vincenzo Viglione
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