sabato 19 maggio 2012

I rischi del nucleare

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Con i referendum ormai alle porte che, il 12 e 13 giugno prossimi, ci chiameranno a decidere, tra l’altro, sull’intenzione del governo di aprire una nuova stagione nucleare in Italia, vale la pena cercare di mettere un po’ di ordine tra le informazioni che nonostante la morbida censura mediatica stanno circolando su un argomento tanto delicato. A più riprese infatti si sente parlare di impianti ultrasicuri di terza generazione, addirittura di una fantomatica quarta generazione capace di fugare tutti i dubbi che lo scetticismo ambientalista continua a contrapporre allo spettro atomico.

 

Si continua a parlare dell’energia atomica come soluzione atta ad eliminare la dipendenza da quei combustibili fossili troppo suscettibili alle crisi internazionali laddove, la presenza e l’esercizio di impianti nucleari innescherebbe una dipendenza ben più complessa da gestire sotto questo punto di vista che è quella dall’uranio. Risorsa che peraltro, come i combustibili fossili, è piuttosto limitata.

 

Sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere seriamente sulla possibilità di investire in fonti di energia realmente illimitate (e ad emissioni zero – nda) come il sole, il vento, le maree.

 

Si continua con le rassicurazioni che la pista nucleare non comporterà alcun aumento in bolletta con la storiella dei finanziamenti tutti provenienti da privati laddove, riesce veramente difficile credere nella poca oculatezza di chi è disposto a imbarcarsi in un investimento che produrrà, forse, i suoi frutti a distanza di vent’anni.

 

Si insiste sull’esigenza di puntare all’autosufficienza energetica puntando il dito sulle importazioni di energia da Paesi che come la Francia, proprio per la presenza delle centrali nucleari, sono costretti ad esportare la quota parte di energia che di notte, non trovando il favore della domanda, deve in qualche modo essere erogata per favorire il corretto funzionamento degli impianti che hanno necessità di lavorare a regime costante.

 

Sarebbe il caso di informare la gente che questo scambio conviene sia a chi esporta, per quanto appena detto, sia a chi importa. Come l’Italia, che a fronte di 105.000 MW installati, e consumi di picco che in estate arrivano al più a 55.000 MW, preferisce acquistare energia dalla Francia perché meno costoso che far funzionare i propri impianti.

 

 

Ma su tutto regna un solo interrogativo, puntualmente glissato in qualsiasi discussione riguardante la produzione di energia nucleare.

 

Come smaltire i rifiuti radioattivi, cosiddetti, di terza categoria che od oggi non riescono a trovare gestione alternativa alla loro collocazione all’interno di formazioni geologiche capaci di isolarne la radioattività per periodi che sono dell’ordine delle migliaia di anni?

 

Vincenzo Viglione

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Centrali nucleari: costi e benefici

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Al di là di quelle che sono state e che saranno le polemiche sulla finalità della moratoria sul piano nucleare del Governo, vale la pena riprendere il discorso “le strade dell’atomo” da dove lo avevamo interrotto.

 

 

Se è vero infatti che la moratoria giunge in maniera subdola per cercare di sabotare il referendum del 12 e 13 giugno, e di spegnare l’onda emozionale sollevata dagli incidenti di Fukushima, è anche vero che non può essere certo un “rinvio” a cancellare i pericoli (non i rischi – nda) derivanti dalla presenza di un impianto nucleare, primo tra tutti quello connesso alla gestione delle scorie.

 

 

Ora, evitando il solito catastrofismo ambientalista, è opportuno fare due conti sull’antieconomicità della realizzazione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica di matrice atomica, certificata già nel 2009 dall’agenzia finanziaria Moody’s, e confermata dal MIT (Massachussetts Institute of Tecnology).

 

Da far suo, l’Unione europea anticipò tali conclusioni già nel 2008 quando apposite direttive sancirono la necessità di strategie finalizzate all’utilizzo di fonti rinnovabili (caratteristica non insita nell’uranio – nda) e di puntare al risparmio energetico quali strategie più efficaci per frenare le emissioni di gas serra.

 

Direttive che in Italia sono state tradotte in fantasiose teorie nucleari quale strumento utile a raggiungere l’autosufficienza energetica e la riduzione della dipendenza da fonti fossili, ignorando forse che nel Belpaese, secondo i dati Terna 2009 la capacità elettrica installata è pari a circa 105.000 MW contro quel famigerato picco di 57.000 MW che nel 2007 fece inspiegabilmente temere il blackout

 

 

Viene da chiedersi a questo punto il perché si debba importare energia quando la domanda è addirittura pari al 50% dell’offerta. La ragione è nella convenienza economica dell’acquisto del surplus non utilizzato di energia prodotta oltreconfine, soprattutto in Francia, con le centrali nucleari: le centrali nucleari non si spengono ne’ si modulano in produzione e dunque la notte, quando i consumi sono ridotti, l’energia non utilizzata viene “svenduta” e dunque conviene comprarla piuttosto che produrla in proprio a costi maggiori.

 

Se ad un simile paradosso si somma una spesa media per la realizzazione di nuovi impianti pari a circa 2.500 euro/kW installato (3 mld di euro per una centrale da 1000MW) e tempi di costruzione che nella migliore delle ipotesi si aggirano sugli 8 anni, del tutto incompatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni del 20% e di produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20%, da raggiungere entro il 2020, allora le scelte del Governo diventano ben più che incomprensili.

 

Vincenzo Viglione 

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Le strade dell’atomo

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Nucleare si, nucleare no. La parola ai cittadini. Questo, in sintesi, il parere espresso dalla Corte Costituzione che lo scorso 12 gennaio con la dichiarazione di ammissibilità del referendum per l’abrogazione delle norme che prevedono il ritorno alla produzione di energia elettrica nucleare, ha aperto le porte a scenari imprevisti per le forze di governo che tanto hanno premuto per la reintroduzione dell’atomo in Italia a 24 anni di distanza da quel 1987 che ne sancì l’abbandono (tramite referendum – nda).

 

 

Una decisione che se da un lato ha reso felice il popolo antinucleare, dall’altro obbliga lo stesso a fare i conti con la crescente disaffezione degli italiani nei confronti delle urne prima ancora che con la ricerca di una strategia di comunicazione altrettanto efficace quanto una partita a scacchi per convincere la cittadinanza delle ragioni del no al nucleare.

 

Strada decisamente in salita, che parte dallo spazio risicatissimo riservato dai media al dibattito su un tema che, se e quando riesce ad emergere, viene sempre imperniato su ragioni di carattere strettamente consumistico del tipo: la crescente domanda di elettricità richiede il ricorso a fonti di energia “alternativa” capaci di liberarci dalle importazioni di energia sempre più onerose, specie se relazionate ai combustibili fossili. Un’esigenza in pratica troppo incentrata su ciò di cui l’uomo ha bisogno e che non contempla minimamente tutto ciò di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno.

 

 

Si insegue con forza la pista nucleare come deus ex machina per l’autonomia energetica, e per la limitazione di emissioni inquinanti, senza fare i conti però col problema cruciale della produzione di energia nucleare: la gestione delle scorie. Problema puntualmente glissato dai cosiddetti “esperti” che peraltro spesso e volentieri  si appellano a fantomatici studi sul sistema di stoccaggio o, come nel caso di una recente notizia proveniente dalla Cina, addirittura di riutilizzo del combustibile esausto, il tutto senza fare il minimo cenno alle tecniche che si troverebbero alla base di questi trattamenti. Eppure basterebbe analizzare quelle riflessioni che da un po’ di tempo stanno costringendo governi dallo storico curriculum atomico come quello statunitense, a rivedere sensibilmente il loro atteggiamento nei confronti della produzione di energia nucleare proprio per le problematiche di gestione delle scorie.

 

A questo punto, lascio a voi il compito di maturare con l’analisi di numeri e statistiche (tema delle prossime puntate di mater-vins) la scelta di tornare o meno al nucleare. Un modo, questo, che sarà sicuramente utile per arrivare al referendum quanto meno con le idee chiare.

 

 

Vincenzo Viglione

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