Al di là di quelle che sono state e che saranno le polemiche sulla finalità della moratoria sul piano nucleare del Governo, vale la pena riprendere il discorso “le strade dell’atomo” da dove lo avevamo interrotto.
Se è vero infatti che la moratoria giunge in maniera subdola per cercare di sabotare il referendum del 12 e 13 giugno, e di spegnare l’onda emozionale sollevata dagli incidenti di Fukushima, è anche vero che non può essere certo un “rinvio” a cancellare i pericoli (non i rischi – nda) derivanti dalla presenza di un impianto nucleare, primo tra tutti quello connesso alla gestione delle scorie.
Ora, evitando il solito catastrofismo ambientalista, è opportuno fare due conti sull’antieconomicità della realizzazione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica di matrice atomica, certificata già nel 2009 dall’agenzia finanziaria Moody’s, e confermata dal MIT (Massachussetts Institute of Tecnology).
Da far suo, l’Unione europea anticipò tali conclusioni già nel 2008 quando apposite direttive sancirono la necessità di strategie finalizzate all’utilizzo di fonti rinnovabili (caratteristica non insita nell’uranio – nda) e di puntare al risparmio energetico quali strategie più efficaci per frenare le emissioni di gas serra.
Direttive che in Italia sono state tradotte in fantasiose teorie nucleari quale strumento utile a raggiungere l’autosufficienza energetica e la riduzione della dipendenza da fonti fossili, ignorando forse che nel Belpaese, secondo i dati Terna 2009 la capacità elettrica installata è pari a circa 105.000 MW contro quel famigerato picco di 57.000 MW che nel 2007 fece inspiegabilmente temere il blackout
Viene da chiedersi a questo punto il perché si debba importare energia quando la domanda è addirittura pari al 50% dell’offerta. La ragione è nella convenienza economica dell’acquisto del surplus non utilizzato di energia prodotta oltreconfine, soprattutto in Francia, con le centrali nucleari: le centrali nucleari non si spengono ne’ si modulano in produzione e dunque la notte, quando i consumi sono ridotti, l’energia non utilizzata viene “svenduta” e dunque conviene comprarla piuttosto che produrla in proprio a costi maggiori.
Se ad un simile paradosso si somma una spesa media per la realizzazione di nuovi impianti pari a circa 2.500 euro/kW installato (3 mld di euro per una centrale da 1000MW) e tempi di costruzione che nella migliore delle ipotesi si aggirano sugli 8 anni, del tutto incompatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni del 20% e di produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20%, da raggiungere entro il 2020, allora le scelte del Governo diventano ben più che incomprensili.
Vincenzo Viglione
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