sabato 19 maggio 2012

La semplicità dei grandi maestri

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 2 COMMENTI

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino urticanti, ma sempre di una sbalorditiva profondità di analisi. Ignoravo la sua storia professionale ma ogni qual volta iniziavo a leggere i suoi pezzi una mano invisibile mi afferrava per il collo e mi trascinava lì tra quelle pagine brevi ed intense. A volte ne rimanevo estasiato altre fermamente indignato, ma pur sempre interessato ai ragionamenti di quello strano giornalista. Commentavo i suoi scritti con i miei interlocutori esordendo: “Non so se conosce, un giornalista de L’Espresso, Giorgio Bocca” e quelli ogni qual volta mi guardavano con un’aria stranita, quasi come se stessi dicendo un’eresia, il tempo mi avrebbe poi detto il perché. Quello che allora per me era solo “un giornalista” in realtà era uno che del giornalismo aveva fatto la storia.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Immaginare di parlargli anziché leggerlo soltanto dalle pagine dei giornali era un’aspirazione che già qualche tempo fa ebbi l’onore di realizzare, una breve intervista al telefono per discutere di Napoli e del suo eterno immobilismo. Rimaneva ancora un sogno però: incontrarlo di persona.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

«Può attendere mezz’ora? Il dottore si scusa ma è impegnato, si libererà il prima possibile» sono a Milano, a casa di Giorgio Bocca, la donna che mi accoglie con disponibilità è la governante, mi guida in un piccolo salotto e mi invita ad aspettare. L’attesa per chi fa questo lavoro è una variabile imprevedibile e sempre in agguato, per gli intervistati di riguardo, gli orari degli appuntamenti il più delle volte sono meri dettagli. Passano meno di dieci minuti e la donna sorridente di cui prima, mi conduce nello studio; è un attimo, ma il pensiero corre via veloce alle ore di attesa che mi sono sorbito in passato per essere ricevuto da politicanti o signorotti locali che altro non avevano da mostrare se non la loro spocchia e la loro sospetta ricchezza, ora più che mai figure grottesche al cospetto di chi pur potendosi ergere sul piedistallo vi rinuncia volentieri.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Un immenso studio-biblioteca governato da decine e decine di libri, che quasi a proteggerla, avvolgono una figura minuta che siede dietro un paio di scrivanie messe una di fianco all’altra. Bocca, il grande vecchio del giornalismo italiano, è lì che mi aspetta. «Buongiorno» dice e con estrema educazione e gentilezza si alza per stringermi la mano, un gesto apparentemente banale se non fosse per la sua età e per qualche piccolo problema di deambulazione, Bocca ha novant’anni.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Parliamo del Caso Tortora, il presentatore che negli anni ottanta fu accusato ingiustamente di appartenere alla camorra, una vicenda che sconvolse l’Italia e che Bocca seguì con attenzione. Ma discutiamo anche dell’attuale situazione politica, del berlusconismo, e del difficile mestiere del giornalista. Oltre dieci ore di viaggio e due giorni lontano da casa per un’intervista durata poco più di un’ora e che non dimenticherò mai.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Vado via, Bocca mi accompagna sull’uscio, gli chiedo un consiglio sua cosa debba fare per potermi affermare in questa professione «Oggi è difficile come lo era ai miei tempi – mi risponde – ma se è questo quello che lei realmente vuol fare vedrà che ce la farà». Gli stringo nuovamente la mano, la porta alle mie spalle si chiude lentamente. Una strana emozione attraversa la mia mente, non ho fatto la storia del giornalismo ma oggi più che mai posso dire di averla conosciuta.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

La semplicità più delle conoscenze, la disponibilità più del sapere, il confronto con le nuove generazioni più che l’autoreferenzialità, il segreto dell’essere grandi consiste proprio in questo.

Ho iniziato ad appassionarmi al giornalismo leggendo i suoi editoriali, pungenti, a tratti perfino

Raffaele de Chiara

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Una domanda che riguarda tutti

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 1 COMMENTO

 

Chi assistette alla scena racconta di un momento di mancamento e di irrefrenabili conati di vomito, «è una macelleria» esclamò l’ispettore dei carabinieri che per primo entrò; eppure nella sua carriera ne aveva viste tante. L’omicidio di Novi Ligure del 21 febbraio 2001, è senz’altro tra gli episodi criminali più macabri che il nostro Paese abbia mai conosciuto. Oltre novanta coltellate e nessun movente, vittime della furia assassina furono Susi Cassini e il figlioletto Gianluca di 11 anni, autori di quella barbarie l’altra figlia di Susi, Erika ed il fidanzatino di allora Omar, avevano rispettivamente 16 e 17 anni.

 

Da allora sono passati dieci anni, ancora uno ed Erika sarà di nuovo libera, Omar ha già pagato ed è uscito dal carcere.

 

L’opinione pubblica come al solito è divisa, giusto o sbagliato rimettere in libertà chi uccise con tanta ferocia la propria madre e il proprio fratellino?

 

 

Cosa sia il futuro per un adolescente è un’emozione che con gioia e a volte con disagio avremmo senz’altro provato sebbene ne abbiamo perso la memoria.

 

Il futuro di questi ragazzi che hanno senz’altro sbagliato ma che per loro fortuna, vivono in una società civile, è stato la monotona quotidianità di una vita dietro le sbarre.

 

Il domani tristemente uguale all’oggi non può che avere un diversa valenza per un adolescente e per un adulto.

 

Non giustifico quel delitto come potrei d’altronde; non posso comprenderlo  perché una motivazione non ha, ma vorrei che servisse da monito ad una società sovente maledettamente ipocrita e manichea. Il bene è sempre da una parte ed il male dall’altra, la pena non è sinonimo di vendetta ma di rieducazione e di reinserimento del reo nella comunità.Una stridente contraddizione di cui i malumori da taluni sollevati per la rimessa in libertà degli omicida di Novi Ligure ne sono il grottesco emblema.

 

«Devo proteggerla al limite anche da se stessa. Una ragazza della sua età deve per forza avere un futuro. Ma quando la guardo, a volte penso: dove ho sbagliato?» In dieci anni sono le uniche parole, per giunta rubate da un verbale di interrogatorio, dell’ingegnere Francesco De Nardo, il padre di Erika.

 

La sua è una domanda che non riguarda solo la sua coscienza di padre e marito ma tutti noi, figli di una società con troppe certezze e pochi dubbi. 

 

Raffaele de Chiara

 

 

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L’occhio e la tastiera

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 2 COMMENTI

 

L’occhio è lo specchio dell’anima. Partendo da questo detto popolare, sulla cui verità si discute spesso, proverò a iniziare un percorso che non so assolutamente dove ci porterà, ma del quale conosco sicuramente due elementi portanti: gli occhi e l’anima. Il canale attraverso il quale avviene l’osservazione e il mezzo con cui la si rende fruibile a chi non ha potuto esserci per i motivi più diversi: distanza, disinteresse culturale e morale, scarsa consapevolezza o soltanto cecità intellettuale.

 

Da qualche tempo ho scelto di utilizzare questi mezzi per occuparmi di diritti umani e della loro tutela, anzi a dire la verità sono loro ad avermi attirata e catturata in modo definitivo.
Leggendo qua e là per siti che si occupano di queste tematiche, la mia attenzione è stata presa dal sito di Human Rights Watch – HRW – un’organizzazione non governativa con sede a New York (Usa) il cui scopo è diffondere informazione, tutelare e denunciare violazioni e abusi sui diritti umani universalmente riconosciuti dalla Carta Internazionale dei Diritti dell’Uomo e dalle leggi dei singoli Governi locali e comunitari (es. UE).

 

Dapprima sono rimasta colpita e affascinata allo stesso tempo dall’intensità e dalla violenza della verità di moltissime immagini, che parlavano ancora prima delle parole scritte sia sotto forma di comunicato stampa sia di rapporto completo vero e proprio. L’impatto poi della parola “letta” è stato forse ancora più forte, sostenuto e rafforzato dalle testimonianze, dai numeri, dalle descrizioni a volte estremamente particolareggiate anche in modo crudo e a volte molto cruento, però vero.

 

Ho cominciato a tradurre (tra l’altro questa è la mia professione…) dall’inglese alcuni comunicati stampa su argomenti diversi – bambini soldato, diamanti di sangue, emarginazione dei detenuti sieropositivi ecc. – e diffonderli attraverso il mio blog per sensibilizzare amici e conoscenti su alcuni argomenti e notizie che non appaiono mai nei nostri telegiornali e dei quali dovremmo essere consapevoli nella vita e nelle scelte di tutti giorni.

 

Piano piano ha preso forma un progetto diventato poi realtà grazie a questo spazio nel quale potrò, attraverso l’occhio di Human Rights Watch e la mia tastiera, fare da ponte tra realtà di abusi e di conseguente denuncia apparentemente lontani da noi e il nostro livello di consapevolezza e coscienza critica di quanto, al contrario, “l’altro” sia così tanto simile a noi. Nella sofferenza, nella lotta, nella dignità. Ad ogni costo.

 

Vincenza Rutigliano

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Giustizia o barbarie?

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 3 COMMENTI

 

Ventiquattro anni di reclusione e centocinquantamila euro di risarcimento, a distanza di oltre vent’anni il giallo di via Poma a Roma è a una svolta: l’assassino di Simonetta Cesaroni ha un nome e un volto: Raniero Busco all’epoca dell’omicidio fidanzato della ragazza. A stabilirlo è stata la Terza Corte d’Assise del Tribunale di Roma. «Ma che state a dì?» urla un uomo mentre tra le braccia gli casca il corpo apparentemente esanime dell’imputato appena condannato.

 

 

Essere ritenuti responsabili di un delitto quando ormai si è un’altra persona ed il passato rappresenta  un incubo lontano con cui fare i conti ogni giorno e nella solitudine della propria coscienza, barbarie o giustizia?

 

La condanna in prima grado di Busco, innocente fino all’ultimo grado di giudizio, ci pone dinanzi un interrogativo cui uno Stato realmente civile e democratico non può rifuggire: dove finisce il senso di vendetta e inizia il desiderio e la necessità di fare giustizia.

 

Busco da quando si sono riaperte le indagini nel 2007 non è mai fuggito, ha assistito a tutte le udienze del processo, scavato in volto e avvolto dalle nuvole di fumo delle sigarette che di continuo fumava nervosamente tra una pausa e l’altra, ha affrontato tutte le udienze con dignità.

 

Senso di sfida verso gli inquirenti o semplice voglia di scacciare via i fantasmi del proprio passato questo non lo sapremo mai; una cosa è certa però: ragazzo ventiseienne dalla condotta non integerrima all’epoca dei fatti, uomo alla soglia dei cinquant’anni con una famiglia e dei figli oggi, Busco è altro da quello che fu. Qualcuno dirà, esiste l’istituto della prescrizione a garanzia dell’imputato, passato un determinato lasso di tempo dalla commissione del reato l’ordinamento non reputa più opportuno perseguire i loro autori, ciò però non può valere per qualsiasi delitto in quanto ce ne sono alcuni che per la loro gravità meritano di essere sempre puniti.

 

 

Ventiquattro anni di reclusione e centocinquatamila euro di risarcimento ad un meccanico dell’Alitalia ritenuto colpevole di un omicidio compiuto oltre vent’anni prima non può che equivalere a comminare la morte civile.

 

Barbarie o giustizia, ciascuno di noi interroghi la propria coscienza mentre i giudici continuino ad accertare una verità che a distanza di oltre quattro lustri appare sempre più maledettamente processuale.

 

Raffaele de Chiara

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Ricordare l’orrore

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 2 COMMENTI

 

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata dell’orror show di Sarah Scazzi la ragazzina di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo nell’agosto scorso: realizzare un calendario con personaggi più o meno celebri del mondo dello spettacolo e devolvere l’intero ricavato dell’iniziativa a favore della costruzione di un canile, uno dei suoi più grandi desideri. Potrebbe essere ma non lo è. A dominare ancora una volta l’intera vicenda di cui non si conoscono con certezza neanche i presunti responsabili, E’ stato lo zio orco e reo confesso con parziale ritrattazione o la cugina accusata da suo padre ma da sempre proclamatasi innocente?, E’ il cinismo di una società  famelica di esibizionismo e di denaro.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Non è bastato la violenza perpetua con cui per più di due mesi si è scavato nell’animo e nella giovane vita di una ragazzina di provincia appena adolescente.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata         Â

Non è bastato l’indecente spettacolo dei familiari onnipresenti nelle trasmissioni dominate dal medesimo palinsesto: il pruriginoso retroscena su Avetrana.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Non è bastata la finta indignazione di un’Italia sempre più voyeuristica e sciatta, assuefatta al dolore eppure vogliosa di crudeltà  altrui unico modo per riscattare la propria mediocre esistenza fatta di sotterfugi e piccole beghe.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

A completare lo scenario serviva anche il coup de theatre  finale: l’esibizione più o meno lascivia dei corpi in memoria di una ragazzina la cui innocenza mani ancora non del tutto note rubarono per sempre in uno squallido turbinìo di libido e gelosia.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Ma di chi è la colpa, degli ideatori del progetto tra cui il fratello di Sarah? Dei volti più o meno noti che si sono prestati all’iniziativa? Del barnum mediatico che sempre più plasma e fagocita le coscienze degli individui fino a trasformarle in meri gusci vuoti?

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

No, la colpa  è soltanto nostra, cittadini più o meno passivi di una società  incapace di indignarsi e riscoprire il senso del limite e del valore della dignità  umana.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Al silenzio e al rispetto del dolore altrui, il fracasso e l’esasperato presenzialismo di chi mosso da buoni intenti perpetua il laido spaccato di una comunità  sprezzante ed indifferente.

“
Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Sullo sfondo gli occhioni silenti di una ragazzina di provincia che non vedrà  mai l’età  adulta ma che quantunque continua ad interrogarci con la stupefacente semplicità  che solo l’innocenza dell’adolescenza può dare: davvero non c’era altro modo per ricordare?

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior†potrebbe essere questa la ratio dell’ultima trovata

Raffaele de Chiara

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Credere in un sogno

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 2 COMMENTI

Quando

Quando la speranza da crogiolo di ideali si trasforma in grottesca reliquia da affidare al culto nostalgico dei propri padri.

Quando la voglia di cambiamento si annichilisce sino a lasciare il posto al pessimismo della ragione.

Quando le difficoltà della vita da sfide stimolanti diventano muri invalicabili da abbattere per andare alla ricerca del proprio cantuccio.

Quando la voglia di fare si riduce a vuota tautologia, non si può più tacere e non constatare la sconfitta; la nostra sconfitta.

Una generazione quella nata negli anni ottanta del secolo scorso cresciuta nel culto sfrenato dell’edonismo e dell’eccesso, tutto o quasi ci è stato concesso, dal computer ai telefonini passando per internet ed i social-network, immersi però in una società totalmente mediatizzata paradossalmente abbiamo perso l’unica ragione per cui vivere: credere in delle idee;  condivise o meno poco importa.

precedute

<<Io credo nei tuoi ideali e in quelli di tutte le persone che come te lottano giorno dopo giorno per affermarli ma non ne faccio la mia ragione di vita e quegli ideali non sono la prima cosa a cui penso quando mi alzo al mattino>>

precedute

Quante volte ho ascoltato questa frase rivolta da miei coetanei poco meno che trentenni a persone il la negli anni e perennemente impegnate nel sociale; e quante volte quell’ossimoro, quel credere in un ideale cui si pensa solo di tanto in tanto mi ha schiaffeggiato in pieno volto sino a stizzirmi al punto tale da non poterne più.

Non sono nessuno per poter giudicare i comportamenti altrui ma come giovane membro impegnato e consapevole di una società civile avverto l’obbligo morale di indignarmi.

 

Quale futuro ci aspetta? Quale domani sarà riservato ai nostri figli se i loro padri anziché correre vigorosi dietro la vaporiera della vita come i cavalli di carducciana memoria costruiscono la propria esistenza stantìa e priva di slanci esattamente come l’asino ciuchino che quieto bruca l’erba?


E ancora, è possibile parlare di umanità nel senso più alto del termine allorquando la speranza, la voglia di cambiamento piuttosto che il vigore fisico ed intellettuale trasmigra dalle nuove generazioni a quelle che le hanno precedute?

precedute

Ripenso al lavoro indefesso di piccoli grandi uomini sovente relegato nell’ombra di modeste associazioni impegnate nel sociale, garanti integerrimi della memoria e del culto della legalità e non posso che trarne motivo di sprone per andare avanti e continuare a credere che qualcosa possa ancora cambiare. L’entusiasmo contagioso di questi novelli eroi civili, la loro voglia di fare a cui fa da contro altare i loro capelli bianchi simpatico emblema di una stagione della vita che al futuro tende a sostituire il passato, non mi possono e non ci devono lasciare indifferenti.

Bisogna agire. Come? Ognuno facendo ciò che sa fare meglio secondo le proprie possibilità e capacità. Lasciamolo agli altri il trincerarsi dietro il vacuo vittimismo del “tanto tutto cambia perché nulla muti”,  respiriamo il nuovo!

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Qualche mese fa, osservando l’ultimo capolavoro di Michele Placido “Il grande sogno” ho capito forse cos’è che manca alla mia generazione. Da quelle immagini da quei dialoghi ambientati nel 68’ italiano superbamente ricostruiti dal maestro pugliese, ho avvertito per la prima volta cosa significhi il credere in un’idea.

Ragazzi armati della sola voglia di cambiamento, della volontà di vivere, di lasciare un qualcosa del proprio passaggio riescono ad imprimere un segno indelebile ad una società che sembrava rifiutarli: cambiare è possibile.

Ripenso agli ideali di allora e ai tanti risultati conseguiti sulla loro scorta e mi chiedo: cosa significa vivere se non battersi per la più sublime delle utopie: costruire una società perfetta? .

Ecco

Ecco forse ciò che manca ai ragazzi della mia età, è la voglia di vivere.

precedute

Non perché qualcuno ce l’ha sottratta bensì perché non sappiamo più cosa significhi battersi per un sogno.

Vero;  non di cartapesta.

 

Raffaele de Chiara

Raffaele de Chiara

Vero;  non di cartapesta.

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