sabato 19 maggio 2012

L’arroganza di chi si predica diverso

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Presiedere un’associazione a tutela degli omosessuali essendo etero. Francesco Brollo sposato con una donna e padre di una bambina è il nuovo presidente dell’Arcigay  Bari da anni impegnata nel contrasto a qualsiasi discriminazione nei confronti dei gay.Brollo, che non ha mai fatto mistero dei suoi gusti sessuali differenti da quelli di coloro che si appresta a tutelare, ha dichiarato: «Il primo risultato che vorrei centrare? Vorrei che a nessuno venisse più in mente di chiedersi perché il capo di Arcigay è etero»Parole oltremodo concilianti che però non sembrano avere sortito l’effetto voluto: «Sono certa che Brollo avrà tutta la sensibilità che anch’io mostro dinanzi alle ingiustizie della vita – dice Viviana Loprieno tra le fondatrici di un’altra associazione Between – ma il neopresidente saprà cosa significa essere chiamati “ricchioni di me…?”»

 

Sentirsi uguali agli altri e nel contempo rimarcare con spregiudicato orgoglio, a volte perfino grottesca prepotenza, la propria identità è un paradosso davvero difficile da comprendere ed accettare.

 

 

Da sempre ritengo che le abitudini ed i gusti sessuali degli individui siano ingiudicabili modi dell’essere specie perché ininfluenti nel valutare il valore delle persone.

 

Forse che un etero sia più intelligente di un omosessuale? O viceversa che un gay sia più sensibile di un individuo attratto da persone del sesso opposto?

 

Come interpretare quindi l’ostracismo di chi vede quasi come un affronto l’affidamento della propria rappresentanza ad una persona con gusti sessuali diversi dai propri è presto detto.

 

E’ in ciò forse più che in altro che si scorge il terreno malato su cui può attecchire il seme dell’intolleranza e della discriminazione sessuale.

 

Essere gay non è uno status come non lo è l’essere etero, sono semplicemente scelte dettate dalla propria personalità o dalla natura.

 

Qual è il senso di interrogarsi sulla opportunità o meno di farsi rappresentare da una persona con gusti sessuali diversi dai propri è un interrogativo che lancio a tutti i gay indignati da questa nomina.

 

 

 

Si giudichi Brollo per quello che ha fatto e per quello che farà ma non per come trae piacere a letto.

 

La mia personale nausea non è per i gusti sessuali differenti dai miei bensì per la protervia di chi pur protestandosi uguale e discriminato pretende di rivendicare con arroganza la propria unicità.

 

 

Raffaele de Chiara

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Il garantismo vale per tutti

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Il processo dell’anno, così è stato giustamente definito il procedimento giudiziario  iniziato lo scorso 6 aprile a carico del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il premier è accusato dalla procura di Milano di concussione e prostituzione minorile. La vicenda ormai arcinota riguarda le presunte pressioni che Berlusconi avrebbe fatto su alcuni funzionari della polizia nel maggio del 2010 al fine di rimettere in libertà Karima El Mahroub meglio conosciuta come Ruby Rubacuori. La ragazza, all’epoca dei fatti minorenne, è arrestata con l’accusa di furto e rimessa subito in libertà col falso pretesto che la vuole come nipote del rais egiziano Hosni Moubarak. Il rilascio, secondo gli inquirenti, è dettato in realtà dall’esigenza del Cavaliere di mettere a tacere le possibili rivelazioni della ragazza con cui in passato avrebbe avuto una relazione sessuale.

 

 

Discutere della fondatezza delle accuse piuttosto dell’atteggiamento inquisitorio dei magistrati è divenuta materia talmente dibattuta e priva di spessore da risultare pleonastica.

 

Quello che più preoccupa è altro.

 

Da giurista, prima ancora che da giornalista, ho sempre immaginato i tribunali come la massima espressione della civiltà di un popolo, come tali quindi, luoghi scevri da qualsiasi condizionamento politico e partigianeria di maniera. Le scene viste dinanzi al palazzo di giustizia di Milano durante l’udienza riguardante Berlusconi vanno invece in tutt’altra direzione. A fronteggiarsi, fortunatamente armati solo di slogan taglienti e simpatici cartelloni, gli esponenti delle opposte fazioni.

 

Da un lato chi considera il premier l’uomo della provvidenza ed il più perseguitato della storia, dall’altro chi lo vede come un moderno e vizioso satrapo pronto a sodomizzare a suon di quattrini qualunque fanciulla desiderosa di successo e ricchezza.

 

 

 

 

 

Non ho mai amato Berlusconi né tanto meno quel miscuglio di esibizionismo ed “autoritarismo democratico” chiamato berlusconismo ma l’indegna cagnara dinanzi alle aule di giustizia portata avanti dall’una e dall’altra parte credendo in tal modo di salvaguardare la democrazia è inaccettabile.

 

Da un punto di vista politico è quanto mai lapalissiano l’inadeguatezza di Berlusconi a governare, diverso  il discorso sulle sue presunte responsabilità penali.

 

Il principio che vuole l’imputato innocente fino a prova contraria non può che valere anche per lui.

 

Che ci si continui a confrontare anche aspramente con il  politico Berlusconi nelle piazze e in Parlamento è un auspicio a cui mi associo volentieri ma altrettanto fermamente dico no a chi vorrebbe giudicare in piazza le responsabilità penali dell’uomo Berlusconi.

 

Se il premier sia o meno colpevole spetta solo alla magistratura stabilirlo, ai mass-media in primis ed al popolo poi, altro non spetta che un silenzioso e mesto rispetto.

 

Affermare il contrario significherebbe sostituire alla pacatezza del giudizio terzo e limitato la barbarie di un diritto ceco e privo di qualsiasi argine; l’esatto contrario della civiltà democratica.

 

Raffaele de Chiara

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un assassinio verbale

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 3 COMMENTI

 

“Non date la parola a quell’handicappata del cazzo” nell’aula di Montecitorio un urlo bestiale sovrasta il bailamme generale e colpisce con sprezzante precisione Ileana Argentin una deputata diversamente abile del Partito Democratico.

 

 

 

E’ giovedì 31 marzo, l’aula discute del verbale del giorno precedente, quello in cui è stato omesso il famoso impropero che il ministro della difesa Ignazio La Russa ha rivolto al presidente della Camera Gianfranco Fini; unica colpa di Argentin aver cercato di spiegare ai colleghi deputati il perché di un gesto che solo agli ottusi è potuto apparire come “singolare”.

 

Argentin essendo tetraplegica non può muovere alcun arto del corpo ergo per qualsiasi azione necessita dell’aiuto di altre persone. 

 

Poco prima ha fatto applaudire da un suo assistente l’intervento di Italo Bocchino capogruppo di Futuro e Libertà, ciò ha suscitato le ire di Osvaldo Napoli esponente del Pdl che, avvicinatosi con fare minaccioso, ha chiesto rendiconto di quel gesto “irrispettoso”. La deputata, umiliata ed offesa da un simile modus agendi che la costringe a spiattellare ai colleghi e quasi a scusarsi del proprio status, chiede la parola al presidente Fini per chiarire l’equivoco e precisare il perché di quel comportamento.

 

 

Ecco però che subitanea arriva dai banchi della Lega Nord l’offesa: «Non date la parola a quell’handicappata del cazzo».

 

La bestialità irrispettosa e l’umana dignità. Il vociare accidioso di chi non conosce altro che la sopraffazione e l’eloquio pacato di chi cerca un confronto nella diversità dell’essere e dell’apparire. Potrebbe essere la rappresentazione caricaturale del sentimento sempre più diffuso di intolleranza e refrattarietà a qualsiasi ipotesi di confronto che vige sempre più nel Paese ma non lo è.

 

Quel gesto altro non indica che il sentimento di una società smarrita e alla perenne ricerca di se stessa.

 

Una società che, persa l’umana pietas conosce come unico rapporto umano quello ancestrale dell’homo homini lupus.

 

Vergogna e rabbia sono i sentimenti che si provano nell’osservare uno dei luoghi sacri della democrazia ridotto a postribolo di ottusi politicanti e cinici assassini verbali.

 

Già, perché una persona indifesa la si può uccidere sparando pallottole ma anche vomitando cinismo e colpendo con l’aguzza volgarità delle parole.

 

Raffaele de Chiara

 

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La responsabilità è del popolo

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Indagato per mafia è nominato ministro dell’Agricoltura, potrebbe essere la trama di un film poliziesco di infima serie ma non lo è. Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, mercoledì 23 marzo ha giurato sulla Costituzione fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi dinanzi al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio.

 

 

“Sui generis” la proposta del premier Silvio Berlusconi suggerire al capo dello stato per la nomina a ministro un indagato per mafia quanto irrituale l’operato di Giorgio Napolitano.

 

 

Il Presidente della Repubblica infatti dopo avere esposto in privato le proprie perplessità sulla nomina, ha dato dapprima il suo assenso formale e poi ha emesso una nota in cui auspicava che si facesse quanto prima chiarezza sulla situazione processuale del neoministro.

 

Indignazione dell’opposizione e risentimento per l’irritualità dell’agire presidenziale da parte della maggioranza sono i sentimenti maggiormente diffusi. Più sottile invece il sentimento del neoministro che si dichiara “dispiaciuto” per la nota quirinalizia e precisa che su di lui “Pende solo una richiesta di archiviazione avanzata dallo stesso Pubblico Ministero”. Il giudice per l’udienza preliminare deciderà a breve se accogliere o meno le richieste del magistrato.

 

Un premier che propone come ministro un indagato per mafia, un presidente della Repubblica che accetta pur non essendo obbligato a farlo (Scalfaro con Previti docet) ma non manca di denunciare pubblicamente le proprie perplessità, ed il diretto interessato che si dispiace per il pregiudizio nei suoi confronti. C’è una logica in tutto questo? Sì ed è quella del tornaconto personale ammantato da uno sciatto formalismo di maniera che “obbliga” a fare pur potendo non agire.

 

Di chi è la colpa dell’attuale decadimento politico è presto detto.

 

Di Berlusconi, spesso associato al male assoluto? Di Romano per sua fortuna toccato da un’insperata celebrità? Oppure di Napolitano custode della Costituzione sempre più con funzioni notarili? Di nessuno di questi. L’unica responsabilità è del popolo che in una democrazia quale è la nostra li ha eletti in maniera diretta o indiretta.

 

 

L’unico interrogativo da porsi allora è forse proprio il seguente: è davvero questa la classe dirigente che ci meritiamo? Il responso lo avremo alle prossime elezioni.

 

Temo la risposta ancor più della domanda.

 

Raffaele de Chiara

 

 

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Centrali nucleari: costi e benefici

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Al di là di quelle che sono state e che saranno le polemiche sulla finalità della moratoria sul piano nucleare del Governo, vale la pena riprendere il discorso “le strade dell’atomo” da dove lo avevamo interrotto.

 

 

Se è vero infatti che la moratoria giunge in maniera subdola per cercare di sabotare il referendum del 12 e 13 giugno, e di spegnare l’onda emozionale sollevata dagli incidenti di Fukushima, è anche vero che non può essere certo un “rinvio” a cancellare i pericoli (non i rischi – nda) derivanti dalla presenza di un impianto nucleare, primo tra tutti quello connesso alla gestione delle scorie.

 

 

Ora, evitando il solito catastrofismo ambientalista, è opportuno fare due conti sull’antieconomicità della realizzazione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica di matrice atomica, certificata già nel 2009 dall’agenzia finanziaria Moody’s, e confermata dal MIT (Massachussetts Institute of Tecnology).

 

Da far suo, l’Unione europea anticipò tali conclusioni già nel 2008 quando apposite direttive sancirono la necessità di strategie finalizzate all’utilizzo di fonti rinnovabili (caratteristica non insita nell’uranio – nda) e di puntare al risparmio energetico quali strategie più efficaci per frenare le emissioni di gas serra.

 

Direttive che in Italia sono state tradotte in fantasiose teorie nucleari quale strumento utile a raggiungere l’autosufficienza energetica e la riduzione della dipendenza da fonti fossili, ignorando forse che nel Belpaese, secondo i dati Terna 2009 la capacità elettrica installata è pari a circa 105.000 MW contro quel famigerato picco di 57.000 MW che nel 2007 fece inspiegabilmente temere il blackout

 

 

Viene da chiedersi a questo punto il perché si debba importare energia quando la domanda è addirittura pari al 50% dell’offerta. La ragione è nella convenienza economica dell’acquisto del surplus non utilizzato di energia prodotta oltreconfine, soprattutto in Francia, con le centrali nucleari: le centrali nucleari non si spengono ne’ si modulano in produzione e dunque la notte, quando i consumi sono ridotti, l’energia non utilizzata viene “svenduta” e dunque conviene comprarla piuttosto che produrla in proprio a costi maggiori.

 

Se ad un simile paradosso si somma una spesa media per la realizzazione di nuovi impianti pari a circa 2.500 euro/kW installato (3 mld di euro per una centrale da 1000MW) e tempi di costruzione che nella migliore delle ipotesi si aggirano sugli 8 anni, del tutto incompatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni del 20% e di produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20%, da raggiungere entro il 2020, allora le scelte del Governo diventano ben più che incomprensili.

 

Vincenzo Viglione 

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La credibilità dei magistrati

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 3 COMMENTI

 

Un magistrato che liberamente scende in piazza per protestare contro una proposta di riforma della Costituzione a suo avviso ritenuta una “controriforma”. Rispetto del sacro principio della separazione dei poteri e amore della libertà sono gli slogan più ripetuti. Antonio Ingroia, già allievo di Paolo Borsellino e magistrato di punta della Procura di Palermo, lo scorso 12 marzo è intervenuto a Roma durante la manifestazione “A difesa della Costituzione, se non ora quando?” arringando la folla contro i tentativi dell’attuale maggioranza di riformare la Costituzione sul delicato tema della giustizia.

 

Le posizioni al riguardo e le preoccupazioni di Ingroia e di tutti coloro che erano lì sono in gran parte le mie. Come loro anch’io reputo la riforma così come concepita un pericoloso tentativo di sovvertire i principi fondamentali elencati dai padri costituenti ma a differenza loro non credo sia lecito adoperare qualunque tentativo per ostacolarne la revisione.

 

 

Una magistrato, seppur di straordinario valore e competenza com’è senz’altro Ingroia, che scende nell’agone politico per schierarsi e catechizzare il popolo è uno spettacolo quanto meno inopportuno per un Paese civile e democratico. Non condivido quella riforma e mi batterò da cittadino e uomo libero per cambiarla ma non posso non rispettare e tutelare anche il diritto di chi non la pensa come me.

 

La mente, mentre Ingroia esponeva con sagacia i punti deboli della riforma che vorrebbe abolire tra l’altro l’obbligatorietà dell’azione penale piuttosto che separare la carriera dei giudici e dei pubblici ministeri, andava a coloro che per questa riforma si battono.

 

Cosa penseranno un domani se loro malgrado dovessero trovarsi di fronte un pubblico ministero che poco prima si è battuto così tanto per contrastare una riforma a suo dire ingiusta ed iniqua? Quel magistrato che poco prima si sbracciava in piazza esponendo una verità che seppur legittima è pur sempre una sua verità sarebbe ancora credibile dinanzi a chi non la pensa come lui? Ispirerebbe egli  ancora fiducia ed imparzialità?

 

Per un giudice oltre ad essere equidistante dalle parte è necessario che appaia come tale.

 

 

Chiedere le dimissioni di Ingroia per il suo intervento è una strumentalizzazione politica che non condivido ma nel contempo non posso esimermi dall’invocare una maggiore morigeratezza. Vestire la toga ed essere incaricati dal popolo di perseguire il benessere comune sono aspetti di un’unica medaglia che debbono però rimanere nettamente distinti.

 

 

Continui a scendere pure in piazza e si batta per le proprie idee politiche l’uomo Ingroia ma se così preferisce lasci perdere la magistratura.

 

Ad essere in ballo c’è un principio supremo quanto la corretta amministrazione della giustizia: la credibilità sua e dell’ordine al quale appartiene.

 

Raffaele de Chiara

 

 

 

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Essere o sentirsi italiani?

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 5 COMMENTI

 

Centocinquant’anni di unità, ancora una manciata di giorni e l’Italia si appresterà ad autocelebrarsi. L’appuntamento è fissato per giovedì 17 marzo. Per alcuni sarà soltanto vuota retorica, per altri un’importante occasione per riscoprire la propria italianità, per tutti senz’altro un motivo di riflessione.

 

 

Siamo o ci sentiamo italiani? E’ un interrogativo che solo in apparenza appare capzioso o privo di senso.

 

L’occasione per soffermarsi su di esso mi è stato offerto qualche giorno fa alla presentazione di “Scusi, lei si sente italiano?” un libro edito da Laterza e scritto da Poalo di Paolo e Filippo Maria Battaglia. Nella cornice ristretta ed accogliente che solo le piccole librerie di città sanno offrire, si è discusso della sottile differenza che intercorre tra il nascere in un luogo, condizione del tutto aleatoria e l’appartenervi, frutto di una ferma volontà dell’individuo di identificarsi con gli usi e costumi locali.

 

Considerare un uomo per il colore della pelle, per la lingua con cui si esprime o per il luogo geografico da cui proviene l’ho sempre considerato un pericoloso esercizio di melensa intellettualità.

 

Forse che celebrare i centocinquant’anni dell’Italia unita sia il preludio di un esasperato nazionalismo, anticamera di un latente razzismo? Niente affatto, ma la sua esaltazione mi rimanda ad un’idea di individuo quanto meno semplicistica e riduttiva.

 

Restringere la complessità di una persona ad un assieme di usi e costumi ma anche di sensibilità riconducibili ad un determinato popolo è un’operazione talmente anacronistica da risultare, questa sì, totalmente priva di senso.

 

 

 

Viviamo in un epoca governata dalla globalizzazione e dalla condivisione più o meno pacifica dell’intero globo terrestre e ancora tendiamo ad identificare le persone con i luoghi in cui essi nascono e vivono. Attraversiamo gli oceani per raggiungere gli opposti estremi della Terra in meno di ventiquattro ore e discutiamo dell’appartenenza delle persone a determinate culture o sottoculture come sovente usasi definire la diversità. Proclamiamo la pace tra i popoli, riscopriamo l’utopismo di Martin Luter King e dell’ Albert Einstein filosofo e ci battiamo poi per il culto della appartenenza territoriale.

 

 

Amare la propria patria, onorare il vessillo che ci rappresenta, esaltare la propria “identità” in nome di valori che si presumono essere comuni di un dato popolo è un esercizio che non mi appartiene e il cui compito lascio volentieri e con rispetto a coloro che in ciò davvero credono.

 

Non mi sento italiano, né francese, né tedesco, né europeo; sono solo un uomo, nato in un luogo chiamato per convenzione Italia, fiero di appartenere al genere umano.

 

Raffaele de Chiara

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La dignità dei detenuti

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Violentata in una cella buia di una caserma dei carabinieri a Roma da uno dei militari che avrebbe dovuto trattenerla e che invece ha abusato del suo corpo e della sua condizione di detenuta. E’ quanto si evince dal racconto di una ragazza fermata a febbraio in un grande magazzino della capitale perché accusata di furto, portata in caserma per essere processata l’indomani per direttissima,  sarebbe stata stuprata da un carabiniere alla presenza di altri due militari e di un vigile urbano. «E’ vero abbiamo fatto sesso – ha ammesso il militare – ma lei era consenziente».

 

La magistratura accerterà come è giusto che sia, se e quali responsabilità ci siano da parte degli accusati, ciò che conta adesso però è altro.

 

Aldilà della rilevanza penale o meno del comportamento, è deontologicamente corretto che un militare in divisa abbia rapporti sessuali in caserma con una detenuta?

 

Non ho mai amato il culto patriottardo tipico di taluni membri delle forze dell’ordine, né la grottesca esaltazione dell’io di alcuni militari, fieri di essere tali solo perché soggiogati dal fascino melenso della divisa considerata vessillo sacro da venerare ed ostentare, ma ogni qualvolta che con essi mi sono rapportato ho sempre nutrito un grandissimo rispetto. Considero il loro come un ruolo essenziale per la vita democratica del nostro Paese, essere uomini e nel contempo militari che giurano fedeltà alla Costituzione non è cosa semplice. Rispettare i detenuti, qualunque sia stato il reato da loro commesso, accettarne le provocazioni senza avere reazioni spropositate, frenare i propri umanissimi istinti per anteporvi gli ideali sanciti dalla nostra carta fondamentale non è di certo un’attività alla portata di tutti ma è quantunque la loro professione.

 

 

Quella sera ciò che è venuto meno prima ancora del presunto reato di stupro è stato soprattutto il rispetto della dignità del detenuto in un luogo che del rispetto della dignità dovrebbe essere il garante supremo.

 

Impreparati, spesso demotivati ma soprattutto arrabbiati con una società che avrebbe dovuto dargli altro e che invece gli ha concesso un salario da fame, un’arma ed una divisa, gli appartenenti alle forze dell’ordine non poche volte si sono macchiati di comportamenti quanto meno non esattamente conformi alla Costituzione.

 

Le violenze del G8 di Genova del 2001 e il caso Cucchi, il giovane arrestato e morto in circostanze ancora tutte da chiarire nell’ottobre del 2009 sono lì a dimostrarlo.

 

Una condanna disciplinare ferma e senza appello per chi con troppa leggerezza e superficialità riveste il ruolo di garante del diritto e della sua applicazione è ciò che chiedo come cittadino e membro di uno stato democratico.

 

Raffaele de Chiara

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Un brutto esempio di impegno civile

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 4 COMMENTI

 

Una folla assiepata e vogliosa di cambiamento, gente comune ed intellettuali, tutti uniti nel chiedere al Presidente del Consiglio di rassegnare le proprie dimissioni. “Berlusconi dimettiti” è il titolo della manifestazione organizzata dal movimento  “Libertà e Giustizia” al PalaSharp di Milano. Sul palco salgono pensatori del calibro di Roberto Saviano, Umberto Eco e Gad Lerner, fieri  e coesi, nell’affermare che l’Italia vera è un Paese diverso da quello rappresentato in patria e all’estero dal Cavaliere.

 

Durante la manifestazione c’è spazio anche per l’intervento di G. un bambino di tredici anni, che a stento raggiunge il leggio e che goffamente tenta di decantare la sua indignazione verso una società sciatta ed ingiusta.

 

Emblema del riscatto e della voglia di cambiamento secondo gli organizzatori della manifestazione, simbolo della barbarie mediatico-culturale per i fan berlusconiani, G. suo malgrado è divenuto la personificazione di una visione della realtà che non conosce più mezze misure.

 

 

 

 

 

A dominare ancora una volta è l’eterno scontro tra bene e male.

 

Ascoltando la sua voce di bimbo rotta di tanto in tanto dall’emozione, osservando l’impaccio con cui si confrontava con una platea di diecimila persone a lui vicina ma quantunque distante, cosa hanno in comune un ragazzino appena adolescente ed una folla di adulti giustamente indignati? Ciò che si prova è semplicemente un sentimento di inadeguatezza.

 

Quel bambino rappresenta un disagio che è giusto tenere in considerazione ma di cui non può essere egli stesso portavoce in un contesto che giammai gli appartiene.

 

L’adolescenza oggi non è un’età in cui ci si lascia facilmente manipolare dai genitori,  né tanto meno è una fase della vita che necessita delle stesse cure riservate agli infanti; essa è un periodo dominato da eccessi e da esperienze che quantunque sbagliate meritano di essere vissute fino in fondo, a patto  però che si svolgano con i propri coetanei.

 

A noi adulti, disillusi da una società che sebbene abbiamo contribuito a costruire continua a non piacere, il solo compito di rispettarli.

 

Forse che un ragazzino non possa formarsi delle proprie convinzioni o partecipare attivamente alla vita sociale del suo Paese senza correre il rischio di essere visto come strumento di persuasione? Certo che no, guai a ritrovarsi un domani un Paese popolato da ignavi ma che lo si faccia nei giusti modi e nei giusti contesti.

 

La manifestazione del PalaSharp al riguardo è stato solo un pessimo esempio di impegno civile.

 

Raffaele de Chiara

 

 

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L’Italia del berlusconismo

Pubblicato da Onda Anomala sabato 19 maggio 2012 COMMENTA

 

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi chiamò la questura di Milano chiedendo l’immediata scarcerazione di Karima el Mahroug meglio conosciuta come Ruby, arrestata per furto,  perché era convinto si trattasse della nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Così la pensano i 315 deputati su 614 che hanno respinto l’autorizzazione a perquisire lo studio del ragioniere Giuseppe Spinelli. Il provvedimento è stato chiesto dalla procura di Milano che indaga sulla presunta concussione del Cavaliere ai danni di alcuni alti funzionari della polizia. Trattandosi del ragioniere di fiducia di Berlusconi, lo studio Spinelli, è considerato al pari di una segreteria politica e come tale inviolabile senza l’autorizzazione preventiva del Parlamento.

 

Durante il voto un solo astenuto, il deputato Fli Luca Barbareschi reduce da una recente visita a casa del Presidente e indeciso se ritornare o meno nelle fila del Pdl. Un’intervista, rilasciata da Berlusconi al giornalista del Tg1 Michele Renzulli, qualche giorno prima del voto di cui sopra, in cui non compare nessuna traccia delle vicende giudiziarie del premier. Unico tema: le mirabolanti riforme da apportare alla Costituzione per dare maggiore impulso all’economia.

 

I magistrati come una muta famelica di comunisti bigotti pervasi di antiberlusconismo.

 

Il cerchiobottismo e l’ambiguità di pensiero elevato a rispettabile modus vivendi.

 

Il giornalismo come emblema di condiscendenza e acquiescenza al potere costituito.

 

E’ l’Italia di oggi, quella che celebra il 150 anniversario della sua fondazione.

 

Guardo alle nuove generazioni e ciò che scorgo giorno dopo giorno è una continua assuefazione al nichilismo, nessuno o quasi che si indigni, nessuno o quasi che abbia un sussulto di dignità e un moto di amor proprio che gli consenta di dire basta.

 

 

Basta con la menzogna di un potere che oltre a trastullarsi con le proprie perversioni pretende di rabbonire gli elettori con il gusto dolciastro dell’arzigogolo melenso.

 

Basta con il sotterfugio di chi dietro l’ossessiva ostentazione del dubbio nasconde soltanto la propria volontà di ricchezza.

 

Basta con chi alla verità sempre fallibile antepone la sicurezza di certezze menzognere.

 

Cosa facesti dinanzi allo sfasciume politico e sociale di quegli anni? E’ il pensiero costante che mi accompagna in questi giorni tristi.

 

E’ l’incubo di una domanda a cui un domani potrei dover rispondere a mio figlio se mai avrò la possibilità di metter su famiglia.

 

Raffaele de Chiara

 

 

 

 

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