giovedì 23 febbraio 2012

Il Cavaliere furioso

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 COMMENTA

 

“Ai ballottaggi di domenica prossima chi vota a sinistra è una persona senza cervello” a dirlo mercoledì scorso durante una puntata della trasmissione televisiva Porta a Porta è stato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Non che non ci avesse abituato a considerazioni ai limiti del politically correct “chi vota a sinistra è un coglione”  fu lo slogan di qualche tempo fa ma quelle dell’altro giorno hanno avuto il sapore amaro più che della visceralità puerile con cui talvolta si accompagna il personaggio, dello sberleffo finale a qualunque idea di pacifica convivenza sociale.

 

 

Molti si sono indignati gridando alla mancanza di tatto della persona  piuttosto che alla sua infinita spocchia ma nessuno o quasi si è preso la briga di ribattere a quella grave offesa con  l’unica argomentazione possibile: se davvero tutti coloro che non la pensano come Silvio Berlusconi sono delle persone incapaci di ragionare alias dei mentecatti che bisogno c’è del voto e di tutte le astruserie di cui sovente le moderne democrazie si  servono per garantire a chiunque la più ampia partecipazione possibile alla vita politica del Paese?

 

Una parte dello Stivale sana e capace di ragionare anteposta ad un’altra barbara e desiderosa  in nome dell’ipocrisia  radical-chic delle peggiori nefandezze, è l’Italia teorizzata da Berlusconi.

 

Oggi e domani molti cittadini saranno nuovamente chiamati al voto.

 

Che gli italiani smentiscano con le loro scelte politiche chi al dialogo ed al confronto sa anteporre soltanto una guerra campale tra il bene ed il male, tra una verità assoluta e una menzogna senza ritegno, tra una felicissima bengodi ed un’infernale  babele,  ad essere in gioco non  è più il diritto dovere di governare con il consenso popolare ma l’idea stessa di democrazia.

 

Che futuro potrà mai avere una società in cui chi non la pensa come me è una persona senza cervello?

 

Lo chiedo ai tanti elettori soggiogati dal sogno berlusconiano piuttosto che ai simpatizzanti della destra cosiddetta illuminata.

 

 

 

 

La storia ahimè in anni passati ha già emesso il suo verdetto e non è stato di certo tra i più rassicuranti; gli italiani tutti sono avvertiti.

 

Raffaele de Chiara

 

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Il beneficio del dubbio

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 1 COMMENTO

 

La caduta degli “dèi” è un’immagine che da sempre affascina ed intriga  i comuni mortali rendendoli cinici e talvolta trasformandoli in bestie avide di sangue. Dominique Strauss-Kahn fino a poco più di una settimana fa era un moderno dio, direttore del Fondo Monetario Internazionale, era tra i pochissimi eletti a decidere del destino finanziario di milioni di individui. A lui Stati come la Grecia o l’Irlanda elemosinavano aiuti per salvare in qualche modo le loro economie devastate dalla recente crisi finanziaria che ha colpito l’intero globo.

 

Strauss-Kahn, un moderno onnipotente ma fino al 14 maggio scorso, quando una cameriera di un lussuoso albergo Newyorkese lo accusa di violenze, stupro, sodomia e sequestro di persona. Secondo la ricostruzione fatta da quest’ultima agli inquirenti, Strauss-Kahn uscito nudo dalla doccia l’avrebbe aggredita mentre lei era entrata in camera. La donna a suo dire ignara del fatto che  la stanza fosse ancora occupata dall’illustre ospite, si era introdotta nella suite avendo come unico scopo il normale svolgimento   delle sue mansioni.

 

L’ex direttore del Fondo Monetario sarà arrestato a bordo di un aereo dalla polizia americana poche minuti prima che decollasse alla volta di Parigi dove lo attendeva un vertice internazionale.

 

Strauss-Kan, rilasciato per il momento su cauzione è in attesa del processo e si dichiara innocente  respingendo ogni accusa.

 

La magistratura come al solito farà il suo corso ed accerterà le eventuali responsabilità, se i fatti realmente si sono svolti come raccontati dalla donna è giusto che Strauss-Kahn paghi interamente il suo debito, in America per i reati contestatigli rischia oltre settant’anni di carcere.

 

C’è una condanna però già inflittagli e sulla base semplicemente delle accuse mossegli: la gogna mediatica. Il volto segnato, il corpo smagrito, ed i ceppi alle mani di chi fino a ieri governava il destino del mondo e che ora non è grado più di governare neanche il suo, hanno già fatto il giro del mondo, eccitando gli animi di tantissimi ed indignando quello di pochi.

 

 

E’ la democrazia ovvero l’eguaglianza di tutti davanti alla legge hanno argomentato illustri soloni,principio sacrosanto e condivisibile ma fino a quando non sfocia in un egualitarismo che in nome di nobili ideali distorce la realtà fino ad annullare la dignità dei singoli. Cosa ha regalato in più all’accertamento della verità l’immagine di Strauss-Kan ammanettato? Nulla, se non il ricordo in noi italiani dell’arresto di Enzo Tortora, il presentatore arrestato con modalità simili anche se con tutt’altro genere di accuse e poi totalmente scagionato.

 

 

Allora nessuno o quasi si pose l’interrogativo che oggi si affaccia con prepotente vigore alle coscienze di chi respinge il giustizialismo in nome solo della giustizia: e se Strauss-Kane fosse innocente?

 

Raffaele de Chiara

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I rischi del nucleare

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 COMMENTA

 

Con i referendum ormai alle porte che, il 12 e 13 giugno prossimi, ci chiameranno a decidere, tra l’altro, sull’intenzione del governo di aprire una nuova stagione nucleare in Italia, vale la pena cercare di mettere un po’ di ordine tra le informazioni che nonostante la morbida censura mediatica stanno circolando su un argomento tanto delicato. A più riprese infatti si sente parlare di impianti ultrasicuri di terza generazione, addirittura di una fantomatica quarta generazione capace di fugare tutti i dubbi che lo scetticismo ambientalista continua a contrapporre allo spettro atomico.

 

Si continua a parlare dell’energia atomica come soluzione atta ad eliminare la dipendenza da quei combustibili fossili troppo suscettibili alle crisi internazionali laddove, la presenza e l’esercizio di impianti nucleari innescherebbe una dipendenza ben più complessa da gestire sotto questo punto di vista che è quella dall’uranio. Risorsa che peraltro, come i combustibili fossili, è piuttosto limitata.

 

Sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere seriamente sulla possibilità di investire in fonti di energia realmente illimitate (e ad emissioni zero – nda) come il sole, il vento, le maree.

 

Si continua con le rassicurazioni che la pista nucleare non comporterà alcun aumento in bolletta con la storiella dei finanziamenti tutti provenienti da privati laddove, riesce veramente difficile credere nella poca oculatezza di chi è disposto a imbarcarsi in un investimento che produrrà, forse, i suoi frutti a distanza di vent’anni.

 

Si insiste sull’esigenza di puntare all’autosufficienza energetica puntando il dito sulle importazioni di energia da Paesi che come la Francia, proprio per la presenza delle centrali nucleari, sono costretti ad esportare la quota parte di energia che di notte, non trovando il favore della domanda, deve in qualche modo essere erogata per favorire il corretto funzionamento degli impianti che hanno necessità di lavorare a regime costante.

 

Sarebbe il caso di informare la gente che questo scambio conviene sia a chi esporta, per quanto appena detto, sia a chi importa. Come l’Italia, che a fronte di 105.000 MW installati, e consumi di picco che in estate arrivano al più a 55.000 MW, preferisce acquistare energia dalla Francia perché meno costoso che far funzionare i propri impianti.

 

 

Ma su tutto regna un solo interrogativo, puntualmente glissato in qualsiasi discussione riguardante la produzione di energia nucleare.

 

Come smaltire i rifiuti radioattivi, cosiddetti, di terza categoria che od oggi non riescono a trovare gestione alternativa alla loro collocazione all’interno di formazioni geologiche capaci di isolarne la radioattività per periodi che sono dell’ordine delle migliaia di anni?

 

Vincenzo Viglione

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La morte di uno sportivo

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 1 COMMENTO

 

“Un altro morto sul lavoro, lontano da casa sua” Se non fosse stato per la foto in prima pagina di “Repubblica” di martedì 10 maggio e per la firma, Gianni Mura a capo dell’incipit dell’articolo, avrei pensato che si trattasse dell’ennesima morte bianca. Wouter Weylandt era un ciclista ventiseienne della Leopard Trek morto a Rapallo al giro d’Italia mentre era intento ad affrontare una difficile discesa, per l’ottimo giornalista di Repubblica, Weylandt è morto sul lavoro.

 

Dinanzi alla morte accidentale, specie se trattasi di un ventiseienne, buona norma sarebbe il silenzio ma come al solito lo show deve andare avanti ed i mass-media non hanno trovato di meglio che esaltare ed enfatizzare oltremodo l’avvenimento.

 

Sport e lavoro sono davvero un binomio accettabile?

 

 

Ho guardato mille volte le immagini in video e quelle sui giornali che ritraevano quel giovane corpo, solo pochi istanti prima bello e gagliardo, rattrappito in terra ed esanime poi, e non ho potuto che provare un sentimento di pietà e quasi di rabbia verso un destino cinico e baro. Un atleta a ventisei anni si illude di avere la vita in pugno eppure basta un nulla perché la donna vestita di nero e con la falce te la sottragga in un baleno.

 

 

Ma cosa c’è in tutto ciò della rabbia che ti prende quando a morire è un giovane che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato, non per diletto o per caso ma per lavoro, perché quella fatica quotidiana, quel sacrificio compiuto giorno dopo giorno, ti consente di vivere e costruirti una famiglia?

 

Ho sempre guardato con rispetto, sebbene li considerassi privilegiati, coloro che praticano uno sport specie se a livello agonistico; divertirsi e guadagnare soldi è un lusso che non tutti possono permettersi ma non li ho mai considerati dei lavoratori.

 

Che ci si indigni pure dinanzi alla morte di un giovane ragazzo che aveva tutta la vita dinanzi a sé e che adesso non c’è più, che si partecipi uniti e senza distinguo all’afflato cristiano che vuole soltanto umana pietas verso chi passa a miglior vita ma per favore non definitela tra le righe una morte bianca. 

 

 Continuare a considerarla tale sarebbe tanto blasfemo quanto definire un “hobby” la fatica di tutti quegli operai morti sul proprio posto di lavoro nel silenzio assordante di chi ora, indignato ed afflitto, invoca un destino più giusto.

 

Raffaele de Chiara

 

 

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L’Africa violata

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 5 COMMENTI

 

L’OCCHIO E LA TASTIERA

2010: quanto segue è solo un esempio dello sfruttamento che questo continente subisce a vantaggio di tiranni e relativi amici. Il titolo è chiaro, inequivocabile. Attuale più che mai, anche dopo tempo…

 

 

‘I diamanti insanguinati dello Zimbabwe: chiedi prima di comprare.’

Mi permetto di tradurre liberamente un breve rapporto che descrive la situazione in questo paese, applicabile purtroppo a tante aree di questo continente meraviglioso: l’Africa. Il testo originale si trova sul sito di Human Rights Watch www.hrw.org

“Le forze armate dello Zimbabwe, sotto il comando del Presidente Robert Mugabe, stanno reclutando per il lavoro forzato sia bambini che adulti e torturando e picchiando gli abitanti locali sui giacimenti di diamanti del distretto di Marange. I militari hanno preso il controllo di queste aree diamantifere dello Zimbabwe orientale dopo aver assassinato, alla fine dell’Ottobre 2008, 200 persone a Chiadzwa, in precedenza una zona impoverita ma pacifica. Marange è diventata una zona di senza legge e di impunità, un microcosmo del caos e della disperazione che attualmente pervadono lo Zimbabwe.

Alla fine di Giugno 2009 l’Osservatorio per i Diritti Umani ha pubblicato un rapporto documentando serie violazioni dei diritti umani da parte dei militari nei giacimenti di diamanti di Marange. includendo il lavoro forzato, il lavoro minorile, l’uccisione di più di 200 persone, e altri gravi abusi.

Nella sua recente Assemblea Plenaria in Namibia il KPCS (Kimberley Process Certification Scheme), un organo internazionale che controlla il commercio di diamanti, ha deciso di non escludere lo Zimbabwe dalla partecipazione, nè di impedirne l’esportazione di diamanti, nonostante il riscontro di gravi violazioni di diritti umani e del dilagante fenomeno del contrabbando durante le indagini effettuate nel giacimento di diamanti di Manange. La debole scusa addotta come giustificazione è stato un tecnicismo nel suo mandato, che definisce ‘diamanti insanguinati’ come quelli estratti da gruppi ribelli abusivi e non da governi abusivi.

Dite agli stati membri del KPCS che è necessario intraprendano le azioni necessarie per bloccare il contrabbando di diamanti insanguinati e di cessare le violazioni di diritti umani nei giacimenti di diamanti a Marange.”

(Traduzione a cura di Vincenza Rutigliano)

Devo purtroppo ammettere di essere entrata in un universo negativo di cui avevo solo sentito parlare. NON SI PUO’ TACERE! NON DI DEVE TACERE!

Il titolo ha ragione: DOBBIAMO CHIEDERE E CHIEDERCI DA DOVE PROVENGONO LE COSE CHE ACQUISTIAMO.

In caso contrario saremo complici, avremo le mani sporche. Anche noi, SPORCHE DI SANGUE.

 

Vincenza Rutigliano

Altre info: http://it.wikipedia.org/wiki/Diamante_insanguinato
Human Rights Watch non è responsabile di eventuali inesattezze e discrepanze

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Il relativismo dell’Occidente

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 COMMENTA

 

 

Il corpo disteso verso il basso su un piano inclinato, le mani legate sul davanti ed una continua cascata d’acqua che inonda il viso; si annega ma è solo una sensazione. E’ la pratica del waterboarding la tortura praticata dai soldati americani nella base di Guantanamo su alcuni presunti terroristi e che a quanto pare avrebbe portato alla scoperta del covo e all’uccisione di Osama Bin Laden. Lo sceicco del terrore che l’11 settembre 2001 si rese responsabile della morte di 3000 persone è stato finalmente sconfitto. Giusto o no infliggere sofferenze a chi si presume essere in qualche modo partecipe di simili genocidi? L’occidente ed il cosiddetto mondo civile si interrogano trovando risposte antitetiche.

 

Si ripugna la barbarie, ma in rarissimi casi quando risulta indispensabile per il conseguimento della giustizia, essa è più che ammissibile; anzi, giustificata. E’ la tesi dei novelli machiavelli, secondo cui l’obiettivo della cattura dei nemici dell’umanità autorizzerebbe l’inflizione di qualche sofferenza ai loro presunti accoliti, gli unici in grado di fornire informazioni sul loro conto. La sofferenza è sempre da rigettare e nulla potrà mai giustificarla o spiegarla, è invece la tesi degli idealisti ad oltranza secondo cui il male rimane tale anche quando è usato a fin di bene.

 

La risposta a simili dilemmi non può che essere affidata alla coscienza di ciascuno, ciò che più importa sottolineare però è altro.

 

 

Da un decennio a questa parte gli appartenenti all’occidente evoluto hanno imparato ad indignarsi e ad inorridirsi dinanzi alle macabre immagini di corpi straziati e teste mozzate dai “diversi”; popoli barbari e privi di cultura, sono stati i commenti meno politically correct che sovente hanno accompagnato la visione di quelle immagini.

 

 

 

Corpo disteso verso il basso su un piano inclinato, mani legate sul davanti ed una continua cascata d’acqua che inonda il viso, l’occidente riscopre i valori che esso stesso aveva condannato e ripugnato con acrimonia: la sopraffazione accompagnata dal sadismo.

 

Un occidente barbaro? Niente affatto, semplicemente la dimostrazione della relatività dei valori oltre che della pochezza di chi si presume essere superiore a prescindere. Il concetto di bene o male in termini assoluti come una mera chimera; per taluni un obiettivo da anelare con foia degna di maggior causa, per tutti, senz’altro una potenziale arma da maneggiare con cura.

 

Si insegna ad esportare la civiltà in realtà si trasmette odio, credendo di fare giustizia.

 

Raffaele de Chiara

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Uno sviluppo sostenibile

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 2 COMMENTI

 

Parola d’ordine: sostenibilità.

 

Con le recenti dichiarazioni del segretario generale aggiunto dell’Onu, Sha Zukang, infatti quello dello sviluppo sostenibile assume sempre più i connotati di un vero e proprio imperativo per i soggetti coinvolti nella vita economica e sociale del pianeta chiamati, nel corso della XIX sessione della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, a trovare un accordo «Su un piano mirante a promuovere un utilizzo più efficace e più sicuro delle risorse della Terra».

 

 

«Dobbiamo cambiare i nostri modi di consumo e di produzione per fare in modo che le nostre economie avanzino su una via sostenibile e che noi possiamo rilevare le grandi sfide mondiali come il cambiamento climatico, la rarità dell’acqua e di altre risorse e il deterioramento dell’ambiente». Parole, quelle pronunciate da Sha Zukang, che fanno eco ai numerosi proclama di studiosi come Tim Jackson dell’Università del Surrey che da anni è impegnato nella promozione di stili di vita rispettosi delle risorse naturali.

 

Prosperità senza crescita, è la filosofia con cui Jackson prende di mira l’attuale politica del consumismo, basata sul debito e sullo spendere più di quello che si ha, e che lo stesso studioso britannico propone di rimpiazzare con politiche fatte di “tetti” massimi per l’utilizzo delle risorse e per le emissioni prodotte, di riforme fiscali “ecologiche”, capaci di spostare la pressione dagli elementi economici positivi (come il reddito) a quelli ecologici negativi (come l’inquinamento), di affiancare o sostituire gli attuali indicatori di benessere come il PIL (Prodotto Interno Lordo) con indici in grado di dare una misura più adeguata della performance economica degli Stati.

 

In definitiva, l’obiettivo è quello di smantellare l’attuale cultura del consumismo, trasmessa da istituzioni, media, norme sociali e un’altra miriade di input incoraggianti la gente a esprimersi, cercare un’identità e trovare il significato della propria esistenza attraverso beni materiali.

 

Certo combattere il consumismo e cambiarne la logica sociale richiede uno sforzo consistente e metodico, quanto quello che nei decenni ha permesso a questo modello di affermarsi in maniera così massiccia.

 

 

È importante notare però le rinunce che un modello alternativo impone saranno solo l’anticamera di proposte sicuramente di consumo, ma che siano realmente rispettose dell’ambiente e in gradi di incrementare la capacità degli esseri umani di essere felici in modi meno materialistici.

 

Vincenzo Viglione

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Una condanna totale

Pubblicato da Onda Anomala giovedì 23 febbraio 2012 3 COMMENTI

 

Rischiare la vita per un semplice controllo ad un posto di blocco;  se di mestiere si fa il carabiniere è un’eventualità che non si può scartare. Andare in pattuglia non è come recarsi al mattino in ufficio, ma mettere a repentaglio la propria incolumità per la follia momentanea di ragazzi “normali” divenuti bestie per un momento è una blasfemia fuori da qualsiasi logica, perfino criminale. Due appartenenti all’arma fermano lo scorso 25 aprile un auto con dei giovani a bordo tra di essi ci sono minorenni, intimano loro di fare l’alcool test. Il guidatore risulta positivo, la legge prevede il ritiro della patente e la confisca dell’auto, i militari procedono. Proprio allora mentre i carabinieri sono di spalle i giovani si avventano su di essi colpendoli più volte con un bastone di legno.  Antonio Santarelli uno dei militari ricoverato in rianimazione lotta tra la vita e la morte mentre il suo collega Domenico Marino rischia di perdere un occhio.

 

 

 

Perché? Cosa accade nella mente di ragazzi definiti normali fino ad un attimo prima di trasformarsi in bestie prive di qualsiasi pietas? Che bisogno c’è di aggredire con inaudita violenza e di infierire con un tale cinismo contro chi d’altronde svolge solo il proprio dovere?

 

E’ una domanda a cui  è difficile rispondere perché accusare la società di indifferenza o sciatteria piuttosto che accanirsi contro i carabinieri definendoli frustrati servi del potere, sarebbe un gioco al massacro privo di qualsiasi senso. La violenza, sia che provenga da chi per diritto indossa una divisa ed impugna un’arma, gli abusi commessi nel corso degli anni da alcuni appartenenti alle forse dell’ordine sono lì a dimostrarlo, sia che sia frutto della follia di un momento di “bravi” ragazzi è sempre esecrabile.

 

Una delle risposte agli interrogativi di cui sopra, l’ho trovata però nella paradossale battuta del più famoso bandito che la storia italiana abbia mai conosciuto: Renato Vallanzasca.

 

“E’ una società quella attuale in cui non mi riconosco più. Spesso dico scherzando che se dovessi evadere oggi l’unico posto in cui saprei andare, anche perché grazie ai cartelli è impossibile sbagliare, sono i carabinieri. Io che i carabinieri li ho avuti sempre come avversari ho infatti un’unica certezza: almeno loro sono rimasti gli stessi, quanto meno nel Dna. A un maresciallo saprei cosa dire. A un malavitoso dei nostri giorni, no. Di fronte a una donna che spaccia eroina a ragazzini, tenendo per mano il figlio di quattro anni, mi mancherebbero le parole. Al sedicenne che pianta un proiettile in testa a una vecchietta per centomila lire, io, ladro da sempre e anche assassino, cosa potrei dire? Forse ascoltando la mia storia di bandito, gli sembrerebbe di sentir parlare delle Crociate”.

 

 

Un tempo anche i criminali esattamente come gli appartenenti alle forze dell’ordine avevano un proprio codice di comportamento e delle regole, era facile scegliere da che parte stare, oggi quello che più spaventa è che tutto è divenuto maledettamente relativo.

 

Se a quei giovani che hanno aggredito con una tale ferocia, io garantista da sempre e amante della legalità, esattamente come forse il bel Renè criminale ed assassino, non sapremo mai cosa dire, ci sarà pure una ragione: la totale assenza di qualsiasi giustificazione o spiegazione che non sia la ferma e totale condanna.

 

Ai carabinieri colpiti tutta la mia solidarietà e vicinanza.

 

Raffaele de Chiara

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