Indagato per mafia è nominato ministro dell’Agricoltura, potrebbe essere la trama di un film poliziesco di infima serie ma non lo è. Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, mercoledì 23 marzo ha giurato sulla Costituzione fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi dinanzi al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio.
“Sui generis” la proposta del premier Silvio Berlusconi suggerire al capo dello stato per la nomina a ministro un indagato per mafia quanto irrituale l’operato di Giorgio Napolitano.
Il Presidente della Repubblica infatti dopo avere esposto in privato le proprie perplessità sulla nomina, ha dato dapprima il suo assenso formale e poi ha emesso una nota in cui auspicava che si facesse quanto prima chiarezza sulla situazione processuale del neoministro.
Indignazione dell’opposizione e risentimento per l’irritualità dell’agire presidenziale da parte della maggioranza sono i sentimenti maggiormente diffusi. Più sottile invece il sentimento del neoministro che si dichiara “dispiaciuto” per la nota quirinalizia e precisa che su di lui “Pende solo una richiesta di archiviazione avanzata dallo stesso Pubblico Ministero”. Il giudice per l’udienza preliminare deciderà a breve se accogliere o meno le richieste del magistrato.
Un premier che propone come ministro un indagato per mafia, un presidente della Repubblica che accetta pur non essendo obbligato a farlo (Scalfaro con Previti docet) ma non manca di denunciare pubblicamente le proprie perplessità, ed il diretto interessato che si dispiace per il pregiudizio nei suoi confronti. C’è una logica in tutto questo? Sì ed è quella del tornaconto personale ammantato da uno sciatto formalismo di maniera che “obbliga” a fare pur potendo non agire.
Di chi è la colpa dell’attuale decadimento politico è presto detto.
Di Berlusconi, spesso associato al male assoluto? Di Romano per sua fortuna toccato da un’insperata celebrità? Oppure di Napolitano custode della Costituzione sempre più con funzioni notarili? Di nessuno di questi. L’unica responsabilità è del popolo che in una democrazia quale è la nostra li ha eletti in maniera diretta o indiretta.
L’unico interrogativo da porsi allora è forse proprio il seguente: è davvero questa la classe dirigente che ci meritiamo? Il responso lo avremo alle prossime elezioni.
Temo la risposta ancor più della domanda.
Raffaele de Chiara
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